L’ultimo statista

Interpretare il mondo della politica non è mai semplice perché il rischio di attirarsi le antipatie dei bastian contrari è sempre realistico e molte volte controproducente. Interpretare gli uomini politici è ancora più difficile, in quanto il giudizio umano è in ogni modo soggettivo e in alcun modo universale, nell’accezione latina del termine. Se l’uomo politico è una figura controversa capace di sontuosi atti di sovranità popolare e, al contempo, altrettanto capace di macchiarsi di gravi reati contro lo Stato sovrano, ovvero il popolo sovrano, foraggiatore inconsapevole di una politica malata, e che divide i sentimenti di una nazione intera da trent’anni anche al suo solo nominare, si arriva all’apoteosi della difficoltà interpretativa.

Bettino Craxi, al secolo Benedetto, è l’ensemble di tutte le considerazioni possibili ed immaginabili che si possano fare nei riguardi della politica. Segretario nazionale del PSI, parlamentare della Repubblica e Presidente del Consiglio dei Ministri, Craxi ha rappresentato una delle più importanti pagine della storia della Prima Repubblica.
Già, quella Prima Repubblica fondata sui diritti sociali, sull’atlantismo e sul culto della politica. Già, quella altrettanto famosa Prima Repubblica di zaloniana memoria, passatemi il termine, fondata anche sui favoritismi, sugli illeciti, sulle stragi e i segreti di Stato, che ha dato i natali ancor prima di vederne i propri ad un sistema corrotto, malavitoso e infame (con una diversa interpretazione, qui, rispetto a quella data da Craxi, in riferimento alla Procura di Milano) di cui paghiamo lo scotto ancora oggi, governati da una classe dirigente altrettanto corrotta, malavitosa ed infame ma che, in aggiunta a ciò e a differenza della Prima Repubblica, non adempie ai propri doveri a causa dell’incompetenza, dettata anche dall’arrivo in Parlamento di forze politiche fondate sulla pancia e non sul cervello, e della lascivia.
Il parallelismo tra i ladri del passato e i ladri di oggi sta tutto qui: prima, chi rubava danari allo Stato e alle attività democratiche provava vergogna nell’ammetterlo (vedi Giorgio la Malfa, segretario del PRI, nell’interrogatorio condotto dal PM Antonio di Pietro nel corso dell’indagine Mani Pulite); oggi, chi ruba gli stessi danari, lo fa alla luce del sole, forte dell’appoggio della magistratura e dei colleghi parlamentari, di leggi ad personam (Berlusconi docet), nonché della noncuranza di un popolo affranto e rassegnato che ha imparato a non reagire e a lasciarsi scivolare tutto addosso, disertando le urne elettorali e lamentandosi, sistematicamente, dell’immobilismo cronico a cui il Paese è destinato, da perfetto irresponsabile. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.
Se proprio mi dovesse essere chiesto di sottrarre qualcosa agli uomini politici della Prima Repubblica, sicuramente toglierei loro la dialettica, il polso nel prendere decisioni importanti, vitali per la stabilità del Paese e la visione progettuale. E, Craxi, può definirsi maestro in ciò.
Ho osato definirlo “l’ultimo statista” sia perché politici del suo calibro non si saranno mai più visti nella Seconda e nella Terza Repubblica, periodi destinati a consegnarsi alla Storia come pagine vili e tristi della Repubblica Italiana, in cui il degrado della politica ha saputo farsi strada a suon di “aiutiamoli a casa loro”, “prometto un milione di posti di lavoro”, “vaffa, onestà, onestà” (salvo poi uniformarsi alla massa una volta al governo), referendum costituzionali che di costituzionale, forse, avevano ben poco, crisi di governo architettate “ad canis cazzum” (per usare un latinismo aulico), redditi di cittadinanza senza prospettive lavorative e di dubbia assegnazione, revocazione ed efficacia (almeno, in Italia, perché, in Svizzera, la misura funziona eccome) e tasse di successione sui patrimoni più alti di memoria quasi marxista, per aiutare i giovani dei ceti medio-bassi attraverso la concessione di una “dote”, piuttosto che creare i presupposti per la nascita di nuovi posti di lavoro che diano sicurezze ad un popolo ormai disilluso da troppi anni di malgoverno, sia perché fu uno dei pochi, assieme a De Gasperi, Moro e Berlinguer, a rifiutarsi di piegare la testa alla volontà delle potenze dei blocchi post bellici  in Europa: chi nei confronti degli Stati Uniti e, quindi, De Gasperi e Moro, fatta salva la realtà che vedeva la Democrazia Cristiana enormemente finanziata dagli apparati dei servizi statunitensi; chi nei confronti dell’Unione Sovietica, come il buon Enrico, fatta salva, anche qui, l’altrettanto reale constatazione che vede il PCI come il partito comunista maggiormente finanziato dai sovietici in Europa; chi cercava di trovare un compromesso, il famoso compromesso storico, come i sopracitati Aldo ed Enrico, per liberare l’Italia dalle finanze e, perciò, dalle dipendenze estere; e chi, infine, batteva sonori colpi da entrambe le parti, come il nostro Craxi, che ha dato motivo di grande orgoglio a tutto il Paese nella risoluzione della Crisi di Sigonella (ultimo grande e vero atto di sovranità nazionale) e a cui non scendeva il magone generato dal fatto che il suo partito non venisse considerato più di tanto dai foraggiatori dell’Est, a causa della sua “scarsa” rappresentanza popolare (si parla, comunque, di un “ottimo” 14% nelle elezioni politiche del 1987, oro colato rispetto al deludente 9% del 1979, crescita dovuta al cambio di rotta della segreteria Craxi e al governo presieduto da quest’ultimo dal 1983 al 1987). Proprio per questo, Bettino suscita in me grande simpatia: non aveva di certo il timore di incolpare personalità politiche e partiti influenti (seppur non fosse e non sia, tuttora, possibile creare un capo giuridico di imputazione nei confronti di un ente non fisico) e, in egual maniera, non aveva il timore di esporsi contro la grande guardia, soprattutto americana, rischiando anche di mettersi in cattiva luce agli occhi di chi aveva da sempre avuto grande influenza nella scena politica italiana pur provenendo da lontanissimo (basti pensare all’organizzazione paramilitare Gladio, sovvenzionata dalla CIA per evitare una pericolosa ascesa del comunismo in Europa).
E poi, chi meglio di Bettino ha saputo ridare lustro internazionale all’Italia? Egli ha saputo coltivare una miriade di rapporti con i vari leader delle potenze mondiali, dal francese Mitterrand all’americano Reagan, passando per la Thatcher e arrivando, soprattutto, nei Paesi sudamericani governati da esponenti del socialismo e sabotati dal mostro americano (che poco tollerava l’espansione del socialismo nel mondo), come il Cile di Salvador Allende, il presidente deposto attraverso un golpe militare, guidato dal generale Augusto Pinochet, segretamente appoggiato dalla CIA e dal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, e ha saputo strizzare l’occhio al nemico per evitare di incorrere in problematiche di carattere diplomatico e per continuare a gravitare nella sua orbita di protezione. E poi, che dialettica.
Nei suoi discorsi in Parlamento, ammaliava tutti i colleghi con la sua capacità di persuasione e per il sapiente uso del tono vocale e delle pause fonatorie. Pause che, appunto, parlano senza dire niente. Pause che diventeranno note a tutti grazie alla trasmissione, in televisione, delle udienze del processo Mani Pulite: data la sua abilità dialettica, sembrava come se fosse Craxi a condurre l’interrogatorio e non il povero Di Pietro, grande magistrato nella pratica ma che, di dialettica, non c’azzeccava una mazza. Pause, poi, come quella che si prenderà dalla scena italiana, almeno fisicamente, quando fuggirà ad Hammamet per sottrarsi alla giustizia dei magistrati di Milano dopo la condanna al carcere per finanziamento illecito al suo partito e per corruzione. Queste pause, ripeto, saranno solo fisiche, perché Craxi continuerà a far valere le sue ragioni attraverso i famosi fax di Hammamet, con cui faceva arrivare, per direttissima, il suo dissenso in patria per l’epilogo del processo ad egli imputato. Continuerà a difendersi fino alla morte (letteralmente), davanti a tribunali internazionali e umanitari perché, forse, avrà pagato caro lo scotto della sua arroganza politica, del suo polso, del suo carattere, come diranno alcuni intellettuali (ad esempio, Fusaro) che non credono alla pista giuridica dell’inchiesta Mani Pulite ma che, piuttosto, danno credito al percorso politico delle indagini. Pertanto, come Craxi scrisse in un messaggio destinato al Congresso dell’Internazionale Socialista del 1997, tali personaggi ritengono che, citando testualmente il segretario del PSI

 

In Italia hanno preso corpo ed hanno agito con la più grande determinazione e d'intesa tra loro, la violenza organizzata di clan giudiziari e quella di clan dell'informazione, sostenuti all'inizio da potenti lobbies economiche e finanziarie

definendo Mani Pulite un «golpe post-moderno». Continuerà ad esprimere giudizi sulla situazione politica italiana, esponendosi nei riguardi dell’entrata nell’UE da parte del Paese, richiedendo la revisione dei parametri economici di Maastricht, soprattutto quelli relativi al limite del deficit annuo del 3% dato che, l’Italia, superava tale limite anche solo con il costo degli interessi passivi calcolati sul debito pubblico
Di conclusioni, su Craxi, se ne possono trarre a bizzeffe: statista, altruista, perbenista, perfezionistaladro, latitante, demagogo, sofista e così via. Io provo a trarne una, mia, personale: di politici come Bettino Craxi, se ne sono visti pochi. Altri avrebbero potuto appendere la cravatta al chiodo e godersi il vitalizio di fine legislatura in pace, soprattutto se latitanti (perché, diciamocelo: fuggendo ad Hammamet, Craxi si è sottratto alla giustizia italiana nonostante fosse chiaramente reo dei suoi peccati). Lui ha preferito continuare a battersi, continuando a lottare per il suo Paese e per le popolazioni represse da regimi militari che di democratico avevano poco o nulla, forse per lasciare al mondo una migliore immagine di sé, l’immagine di un Craxi redento che espia la sua pena attraverso azioni umanitarie e di protesta verso l’oppressione.
Un personaggio come lui, al netto delle vicende giudiziarie che lo vedono colpevole, sarebbe servito come il pane in questa Italia preda dei populismi e delle false promesse. Nell’Italia della decadenza della politica, della progettualità, della dialettica e della visione futuristica.

 

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