Fenomenologia dell’Io

Il linguaggio dell’identità personale visto dal pensiero moderno

Per la corrente evoluzionista, siamo il prodotto soltanto di svariate reazioni chimiche del nostro cervello. Ma il problema che si vuole affrontare in questa sede è il seguente: perché esisto proprio io? Ovvero, perché io mi percepisco come un essere senziente capace di intendere e di volere, capace dell’affermazione: io non sono egli?

Putnam, per rendere nullo questo concetto, realizzò l’esperimento mentale dei due gemelli. Ovviamente, se l’esempio logico era fondato sui due gemelli che vivono in due terre gemelle uguali in tutto, eccetto che nella composizione chimica dell’acqua, sarebbe facile intendere come la composizione stessa dell’acqua, a maggior ragione in un contesto logico nominalista, rendeva i due gemelli assai poco gemelli e le due terre assai poco simili. L’elemento “acqua”, infatti, è connesso logicamente sia all’elemento “terra” sia all’elemento “gemello”. Ma dato che il mondo è uno, la tesi per assurdo non aveva di che formarsi. Dunque, perché la costituzione dell’acqua è la stessa, e ciò connette logicamente sia il termine “gemello” sia il termine “terra”, allora si potrebbe pensare che le tesi nominaliste abbiano un valore di vero. Tuttavia, ritorna il concetto intangibile e non traslabile della realtà dell’Io come esperiente. Noi infatti facciamo esperienza del nostro vissuto, che non è la semplice reazione chimica del nostro cervello, pur essendo in essa. Infatti, dato che la materia organica è uguale per i due gemelli e per la terra sulla quale vivono, ciò che fa differire un gemello dall’altro non è la materia uguale ma la verità di fatto per la quale il primo gemello ha coscienza di non essere il medesimo Io del secondo gemello, e viceversa. Dunque, la tesi nominalista di Putnam viene ancora a cadere perché, dato che la materia tra i due termini logici di paragone sia ora la medesima, allora il concetto di identità emerge dallo scarto che vi è proprio tra l’identità del gemello 1 come tale e l’identità del gemello 2 come tale. Infatti, l’acqua non può renderli gemelli, essendo l’unica differenza tra i due pianeti. Di conseguenza, se il concetto di identità non può annullarsi nemmeno come termine logico all’interno di un ragionamento che poneva il nominalismo come tesi di origine, allora essa è un argomento logico identico solo a sé stesso, anche se non decidibile.

Anche ponendo la tesi per assurdo, la proposizione “i due gemelli sono uguali in tutto, tranne che per la composizione dell’acqua” implica la negazione della tesi di partenza. Ovvero, se “acqua” è un connettivo logico che lega sia il primo che il secondo gemello tra loro, dato che ogni essere è composto di acqua per buona parte della sua costituzione, ciò rende vera quest’altra proposizione: “Per sette decimi, il primo gemello è diverso dal secondo gemello”. E ciò rende confutabile anche la tesi per assurdo.

La realtà dell’Io presume che, come tale, non sia il risultato della materia organica ma che, anzi, sia la materia il risultato dell’Io come realtà a sé stante. Quando si dice questo non si vuole affatto affermare le ragioni della logica nominalista, che spesso possono convergere verso ogni forma di retorica mediata dalla scienza, come la storia della filosofia insegna con le produzioni di questo genere: dalle teorie psicologiste della musica di Adorno fino a quelle linguistiche e semiotiche della scienza della propaganda di Goebbels, e via dicendo.

Non è possibile sapere se qualcuno ha mai pensato a questo: se è possibile spostare un braccio tagliandolo di netto, come mai non è possibile traslare la coscienza in un altro corpo, in un’altra osservabile? Rimane, dunque, il mistero indefinito della vita soggettiva, non spiegabile puramente con i mezzi scientifici, ma che diventa talvolta afferrabile, in qualche modo, con i mezzi della ragione e del sentimento.

Si potrebbe infatti pensare alla filosofia illuminista di Le Mettrie secondo il quale il soggetto non esiste e vi è soltanto l’effetto delle cause che lo circondano. Tuttavia, se l’osservabile fosse di pari grado autocosciente ad una eventuale coscienza senziente che osserva l’osservabile “auto-osservatore”, staremmo dicendo che l’Io è un risultato della materia, che la materia è un non-Io e che questi è forma eidetica della coscienza. E ciò è un assurdo. Infatti il concetto “geometrico” di Io non basta a definire l’Io come pura sommatoria geometrica, altrimenti sarebbe traslabile il “noumeno Io” in sé e per sé da una materia ad un’altra. Ma esso non soltanto non è riducibile (e per questo viene dalla scienza negato), ma non è afferrabile come ulteriore al concetto con cui è enunciabile. Dunque, se l’Io fosse un concetto, non indicherebbe la legge di identità, ma di somiglianza: questa però è una irrealtà, perché è “Io” ciò che fenomenologicamente e percepito come autocoscienza. E se l’Io non fosse un concetto, allora sarebbe inscrivibile in alcune dimensioni dimostrabili a posteriori. Ma è degli argomenti a priori la proprietà di fornire dei contenuti sintetici non-sistematici, non-lineari e continui. In parole semplici, il soggetto è qualcuno che abita in qualcosa, che è il corpo, e che si mostra in esso, come espresso dal linguaggio del corpo, fino ai lineamenti facciali. Ma che ad essi non si ferma, pur essendone una concreta esplicitazione.

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