Dionisiaco: l’Alex buono di “Arancia Meccanica” che non vuole morire. 

Può capitare di vivere giorni mesi anni come in uno stato di cieca normalità e svegliarsi un mattino e pensare di essere diventati improvvisamente reietti della società, bersagli di sfortune e maledizioni di un dio nuovo; anche se magari non è così, ma può accadere.
Un giorno, poi, incappi in un podcast di Saudino e ti risvegli da un profondo sonno dogmatico, ti senti un fortunato Kant che si rianima e si apre a nuove parentesi vitali. Ascolti le sue parole finché non cadi in un refrigerio dialettico impareggiabile che porta Saudino a esordire con: arancia meccanica.


Nel film ritrovi un dualismo tra l’apollineo dello Stato, della legge, e il dionisiaco di Alex. E per che cosa parteggi? Domanda retorica, perché per quanto Alex sia violento, strabordante, noi tifiamo per lui. Alex rifiuta l’ipocrisia dello Stato, nonostante l’ospedalizzazione violenta che lo avrebbe portato ad accettare la legge. Il film è quindi anche metafora di due concetti nietzchiani: l’apollineo inteso come ordine e il dionisiaco inteso come musica, spirito vitale, dolore, al di là della moralità delle sue azioni.


Da questa premessa si può partire per porsi una domanda, per chiedersi quanto ci sia in noi – intesi come massa – di apollineo o di dionisiaco.


“Dionisiaco” resta un aggettivo bellissimo (al di là della moralità delle azioni), contraddittorio, affascinante, dalle esalazioni spirituali e dal vento impetuoso della terra, dall’etimologia greco antica che risuona – persino nei luoghi più remoti – di ebrezza ed esaltazione e delirio.


E se è vero che a tutto c’è un inizio e una fine, sorge spontaneo chiedersi dove sia finito il dionisiaco che apparteneva agli uomini e più in generale alle masse e ai movimenti del Novecento. Esiste ancora, dentro di noi, l’Alex dionisiaco di “Arancia meccanica”? Esiste o resiste? Dove resta tangibile quella resistenza culturale, dionisiaca per intenti, desideri, animo? Resistenza di massa, di folla, politica, civile, sociale. Le famose folle di Le Bon dove sono? Sembra che sia bastato un fiammifero per accendere la rabbia e il dissenso tra gli italiani, specialmente in pandemia, dopo la soluzione vaccinale, per alienare e categorizzare i cittadini in altri di serie a o di serie b.


La lotta per i diritti, voluta e cercata, la pretesa giovanile di una politica pulita ed essenziale, una scuola nel suo significato più ampio e puro scarna degli orpelli quasi imprenditoriali ricercati negli ultimi anni: questo si desidera per i nostri figli, a prescindere dalla generazione cui apparterranno. Anni di gioventù e ideali, di utopia e amore, di studio e urla per credere in qualcosa di sognante.


Servirebbe una fiaccola per scrutare nel buio dei nostri tempi per cercare ancora frammenti di dionisiaco che rendano la vita degna di essere vissuta: obbiettivo, questo – per quanto proprio di ciascun individuo -, molto difficile da raggiungere; che tenga strette le passioni, che non siano vittime di mutevolezza e tradimento, che costruiscano reti solide su cui aggrapparsi e tirarsi su e salvarsi dalla noia di strade lastricate e vuote, di parole inutili, di sentimenti deboli, di lotte fragili, di giorni in fila senza palpiti o ricordi o battaglie.
Ah, Dioniso, quanto abbiamo bisogno di te.

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