Quella ragazza non sono io

“Le femmine alfa non corrono in branco. È spesso sola, mantiene la sua cerchia ristretta, conosce il suo potere e lavora in silenzio”, afferma in un video Chris Perry, guru del fitness e dispensatore di consigli non richiesti su TikTok e Instagram. L’audio è stato utilizzato da migliaia di giovani donne abbinato sistematicamente a contenuti associabili all’ideale “That girl”, diventato virale soprattutto durante il lockdown; si uniscono quindi fitness, una dieta sana e pulita, svegliarsi prestissimo, dedicarsi alla skincare decisamente più tempo del necessario, scrivere un diario, il tutto rigorosamente in solitudine.

Cos’è successo? Perché vogliamo credere che una routine del genere sia segno di una salute mentale ottimale? Carl Cedestrom su queste tematiche ha scritto un libro, The Wellness Syndrome, afferma che la cultura del benessere con la relativa espansione sul web è diventata una vera e propria ideologia. La verità è che non c’è nessuna maratona per cui ci si debba allenare, non c’è alcun motivo per svegliarsi alle sei del mattino, se non una spinta perfezionistica tossica.

Cosa c’è di male nel perfezionismo? Una recente revisione dal punto di vista psichiatrico ha dimostrato che alti livelli di perfezionismo predicono depressione, ansia, stanchezza cronica, ideazione suicidaria e disturbi alimentari. Inoltre, il perfezionismo associato a una patologia della personalità può funzionare come caratteristica periferica che rinforza aspetti della patologia stessa. Promuovere un’immagine perfetta agli altri e nascondere le fragilità sono caratteristiche direttamente correlate alla maggior parte delle forme di patologia della personalità.

Si viene a creare così una reazione a catena dove chi è soggetto vulnerabile di fronte a chi già ha sviluppato comportamenti tipici di “That girl” mette in discussione tutti gli aspetti della propria vita: le relazioni sociali, l’alimentazione, le proprie ambizioni e il proprio corpo. Quest’ultimo aspetto riconduce all’ortoressia: termine coniato nel 1997 dal nutrizionista britannico Steven Bratman che indica un’ossessione maniacale per i cibi sani. Nella declinazione dell’ultimo decennio sicuramente alla base della patologia si identifica la promozione continua e alimentata dagli algoritmi dei social network di “cosa non mangiare per avere la pancia piatta” e “cibi da evitare se si soffre di acne”.

Inoltre l’isolamento sociale e l’individualismo in costante aumento hanno effetti logoranti sulla società, e lo dimostra uno studio del 2017, come se non bastasse un pizzico di capacità critica per capire che incentivare l’asocialità non ha nulla a che vedere con il self-love, e che le interazioni permettono una visione poliedrica delle realtà che ci circondano, favorendo la comprensione dell’altro.

Abbiamo tutte gli stessi obiettivi? Assodato il fatto che per coniugare uno stile di vita di quel tipo a una quotidianità di sane interazioni sociali e momenti di ricreazione occorrerebbero giornate da 48 ore, c’è da farsi un esame di coscienza e stabilire quali sono le priorità per la salute fisica-mentale, ma soprattutto, riprendendo il passo biblico citato in testa: rinunciare al branco non è ancora una volta un comportamento figlio della competitività tra donne? Perché se si conosce il proprio potere non si è più rispettabili manifestandolo a gran voce? Perché lavorare in silenzio?

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