La Nausea come fobia dell’Esistenza

Sono sempre stato del parere che esistano due tipi di letture: quelle letture di circostanza, come ad esempio, quei saggi che approfondiscono un determinato argomento, i racconti brevi sfogliati solo per non approcciare libri dal volume smisurato, romanzi letti sotto consiglio di un amico, che sono poi rimasti più o meno terminati a prendere la polvere in libreria. A questo tipo di letture – certamente più frequenti – si accostano le letture “di svolta”: quel libro, quella poesia, capace di cambiare radicalmente il tuo modo di vedere le cose, destinato a lasciare una traccia indelebile su di te. E spesso ciò che fa la differenza tra una lettura di circostanza e una lettura “di svolta” non risiede tanto nell’opera in sé, quanto nel suo lettore, che si ritrova per un motivo o per l’altro incantato da ciò che legge, lo interiorizza e lo interpreta in maniera personalissima, riconducendolo a qualcosa di cui ha fatto direttamente o indirettamente esperienza. La cosa affascinante di queste letture è che spesso non abbiamo contezza del fatto che saranno più o meno importanti: quando ho iniziato a leggere Dostoevskij, Moravia, Pavese o Kundera ancora non sapevo cosa aspettarmi, eppure Delitto e Castigo, La noia, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e L’insostenibile leggerezza dell’essere sono tra i libri che mi hanno toccato da più vicino, facendomi accorgere di qualcosa senza cui non sarei ciò che sono oggi. Sono libri che mi hanno turbato, che ho ripreso continuamente tra le mani, di cui ho riletto le frasi più significative senza stancarmi mai. Li ho portati in giro con me, ho trovato lo stimolo per parlarne a chi ancora non li aveva letti, o a chi non li aveva recepiti come me. Ed è stato più o meno un mese fa che, ritrovandomi davanti alla libreria dopo aver finito di leggere Agostino di Moravia, mi sono posto il solito dilemma del lettore: cosa dovrei leggere? Mi sono così ritrovato tra le mani La nausea di Jean-Paul Sartre, romanzo che da anni mi portavo dietro nella mia lista dei “devo leggerlo”. E, come ogni lettura “di svolta”, ancora non sapevo di trovarmi in quella condizione particolare d’animo che ha permesso a quel libro di lasciare un impatto fortissimo sul mio modo di vedere le cose.

Leggere La nausea è stato, almeno per me, un confronto con un’angosciosa realtà che per abitudine o per malafede tendiamo ad ignorare. Il protagonista del romanzo, Antonio Roquentin, è uno studioso che sta scrivendo una biografia sul marchese di Rollebon, un aristocratico del XVIII secolo che condusse una vita piena di avventure. Nonostante ciò, Roquentin non è stimolato a continuare il suo lavoro e finirà ben presto per abbandonarlo, quando si accorgerà che è proprio attraverso il suo lavoro di ricerca che il signor di Rollebon può in un certo senso “continuare ad esistere” e manifestare la propria presenza nel mondo. Scrive Sartre:

Soltanto, il signor di Rollebon era morto una seconda volta. Poco prima era lì, in me, caldo e tranquillo, e di quando in quando lo sentivo muoversi, dentro. Era vivo, assai più vivo, per me, che non l’Autodidatta o la padrona del Ritrovo dei ferrovieri. […] Era colpa mia: avevo detto […] che il passato non esisteva. E d’un tratto, senza far rumore, il signor di Rollebon era rientrato nel nulla.”

La verità è che Roquentin, non potendo strutturare la propria esistenza su una routine o su una famiglia come la maggior parte dei borghesi che lo circondano, passa le sue giornate scrivendo del marchese di Rollebon in biblioteca, o a bere birra al Ritrovo dei ferrovieri. Qui, ascoltare al fonografo Some of these days, una canzone ragtime, lo aiuta a risollevarsi dalla sensazione di Nausea che lo assale quando deve fare i conti con l’Esistenza.

Quello che è accaduto è che la Nausea è scomparsa. Quando la voce s’è levata, nel silenzio, ho sentito il mio corpo indurirsi e la Nausea è svanita.

La Nausea di cui fa esperienza Roquentin è una forma di smarrimento davanti alla consapevolezza che ogni cosa che lo circonda è contingente e non necessaria. Nel romanzo questa condizione assume a tratti le forme di una vera e propria fobia dell’Esistenza: lo stesso protagonista non riesce a capire se qualcosa è cambiato in lui o nelle cose, se cioè questa Nausea intacchi lui o il mondo circostante. Per aiutarsi a descrivere fenomenologicamente questa condizione si serve di un diario, che è la struttura del romanzo di Sartre. La contingenza è un tema che il filosofo francese aveva iniziato a studiare e approfondire prima degli anni della stesura de La Nausea, quando ancora si trovava a Berlino per studiare la fenomenologia di Husserl. Il reale, all’interno de La Nausea, è visto come qualcosa “di troppo”: l’albero che Roquentin osserva durante una delle sue Nausee sta semplicemente lì, senza sforzarsi di avere un senso. È proprio questo il terrore del protagonista:

L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è esser lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre. […] Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. […] nessuno ha diritto; essi [gli uomini della città di Bouville nella quale vive Roquentin, ndr] sono completamente gratuiti, come gli altri uomini, non arrivano a non sentirsi di troppo. E nel loro intimo, segretamente, sono di troppo, cioè amorfi e vacui; tristi.

Quali sono dunque le prospettive per un’esistenza oltre la quale c’è l’Assurdo? Come possiamo, cioè, vivere con la consapevolezza che lo sforzo ad esistere delle cose è vano poiché niente è davvero necessario e ha un senso predeterminato nel mondo? Si spiega la massima dell’esistenzialismo di Sartre: l’esistenza (intesa come presenza effettiva nel mondo) precede l’essenza (intesa come qualità che contraddistinguono le cose). Nulla è determinato, necessario; niente risponde ad un ordine superiore. Ogni cosa è contingente e non trova in nulla la propria giustificazione. L’uomo, eppure, in qualche modo, riesce a legittimarsi grazie al lavoro della coscienza (questione che Sartre approfondirà ne L’essere e il Nulla).

Sono libero: non mi resta più alcuna ragione di vivere, tutte quelle che ho tentato hanno ceduto e non posso più immaginarne altre. […] Il mio passato è morto. Il signor di Rollebon è morto. Anny è tornata solo per togliermi ogni speranza. Sono solo in questa strada bianca fiancheggiata da giardini. Solo e libero. Ma questa libertà assomiglia un poco alla morte.

La libertà di vivere senza giustificazioni della propria esistenza, senza quel “senso della vita” posto in maniera autonoma dall’individuo, assomiglia alla morte proprio perché è dissacrante, in quanto rende l’individuo consapevole della propria contingenza. Tuttavia, ne La Nausea possiamo trovare due prospettive per la vita dell’uomo.

La prima è offerta da Anny, ex-amante di Roquentin. La donna vive alla ricerca di “momenti perfetti”: esperienze come l’amore, l’odio, la morte, o qualunque cosa capace di trasportare emotivamente l’individuo, che proprio grazie alle situazioni privilegiate e ai momenti perfetti riesce a trovare un ordine necessario nell’esistenza. Ma la stessa Anny, che nel romanzo incontra Roquentin dopo diversi anni dall’ultima volta, si mostra disillusa:

Ho una specie di certezza… fisica. Sento che non ci sono momenti perfetti. Lo sento fin nelle gambe quando cammino. Lo sento continuamente, perfino quando dormo. Non posso dimenticarlo. Non c’è mai stata una specie di rivelazione; non posso dire: a partire da tale giorno, da tale ora, la mia vita s’è trasformata. Ma ora mi sento sempre come se questo mi fosse stato rivelato bruscamente il giorno prima. Mi sento abbacinata, a disagio, non mi ci abituo. […] Mi sopravvivo.

La seconda prospettiva è offerta dalla musica. Some of these days, il vinile preferito di Roquentin, lo porta ad accorgersi che “la musica buca queste forme vaghe e passa attraverso”: a differenza delle cose esistenti, la musica deve necessariamente obbedire ad un criterio. Ogni nota non può essere differente da quella che già è, è insomma necessaria. La musica come la letteratura, il cinema come la pittura, dunque, possono trascendere lo spazio e il tempo, giacché l’arte obbedisce ad una necessità che finisce per giustificare la stessa esistenza di chi ne fa esperienza.

Questa bella voce mi piace non per la sua pienezza o per la sua tristezza, ma specialmente perché è l’avvenimento che tante note hanno preparato, tanto in anticipo, morendo per farla nascere.

Quello che mi ha portato a considerare La Nausea di Sartre una “lettura di svolta” è stato proprio il fatto di aver sperimentato, come Roquentin, un senso di angoscioso smarrimento al termine del libro, una sorta di nausea. Come individuo, sono qualcosa di più rispetto a ciò che faccio ogni giorno? La mia esistenza trova la sua giustificazione in una routine fissa, che da un lato con la sua stabilità mi dà delle certezze, mentre dall’altro mi allontana dalla consapevolezza dell’Assurdo che si cela dietro le cose? Non sono domande di facile risposta. Ancora oggi mi porto dietro La Nausea di Sartre, in treno, sul tram, al bar. Lo sfoglio e lo rileggo, cercando risposte e trovando solo nuove domande. È questo l’effetto di un buon libro. E un po’ tutti noi lettori facciamo come Anny: cerchiamo di dare un senso alla nostra lettura sulla base di “letture perfette” o “letture di svolta” che ci pongano in crisi e smentiscano continuamente le nostre certezze.

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