Gestire, allenare e sviluppare il talento

L’importanza di lasciare spazio alle individualità.

Questo articolo è stato scritto a quattro mani. La prima parte è redatta da Gianluigi Sottile.

Cristiano Ronaldo è in ginocchio sul terreno dell’Old Trafford. È la posizione tipica del calciatore che recupera fiato, solo che il portoghese ha la testa bassa e un’aria da sconfitto che raramente gli si vede addosso. Il Liverpool ha appena segnato cinque gol in casa del suo Manchester United, di cui tre firmati Mohamed Salah, quasi in un passaggio di consegne tra due dei migliori attaccanti esterni della storia della Premier League. Ronaldo si alza, stizzito, e mima una serie di gesti incomprensibili con le dita puntate, secondo i più maliziosi per raccontare la confusione nelle indicazioni del tecnico Solskjӕr.

Pogba, Bruno Fernandes, Sancho, Rashford, Cavani e Ronaldo, appunto. Messa giù così sembra una delle squadre più forti del mondo. Eppure il Manchester United è bloccato nella sua disfunzionalità ormai da anni, in un vortice cominciato con la gestione Mourinho, nonostante i segnali di ripresa delle ultime partite. Considerando tutte le difficoltà che sta incontrando nella sua seconda avventura coi Red Devils, la gestualità di CR7 sembra la fotografia perfetta per un gruppo di giocatori sull’orlo di una crisi di nervi. Il problema del mettere insieme tanti grandi giocatori, però, è un tema dibattuto anche lontano da Manchester: le difficoltà recenti incontrate da Juventus e Barcellona, ma in misura minore anche dal Paris Saint-Germain, sembrano tutte essere accomunate dalla sensazione di non riuscire a sfruttare pienamente il talento a disposizione.

In realtà la questione fa parte di un dibattito ancora più ampio, che di fatto arriva fino alla visione che ognuno di noi ha non solo del calcio, ma degli sport di squadra in generale. È ormai affermata la distinzione, che riprendiamo da questo pezzo di Fabio Barcellona del 2018, tra allenatori con un approccio bottom-up (dal basso verso l’alto), cioè che costruiscono il sistema di gioco partendo dalle caratteristiche dei giocatori a disposizione, e altri tecnici con una visione top-down (dall’alto verso il basso), che partono da una struttura di gioco ideale e adattano le caratteristiche dei singoli calciatori alle funzioni richieste da tale struttura.

Intuitivamente, si penserebbe che il primo fra i due approcci sia il migliore per gestire i calciatori di grande talento individuale. In un certo senso, infatti, il talento è anarchia, cioè qualcosa di difficile da incasellare in una specifica funzione di gioco. La realtà dei fatti però suggerisce un’analisi più complessa. Negli ultimi anni è stato evidente l’emergere di squadre che, pur all’interno di meccanismi tattici definit(issim)i, hanno lasciato ampi spazi ai propri talenti – anzi,li hanno stimolati, di fatto migliorandoli. Pensiamo al percorso di giocatori come De Bruyne, Salah, Lukaku, evidentemente influenzati dai rispettivi Guardiola, Klopp, Conte.

Parallelamente, in ogni caso individuale va poi considerata la difficoltà della gestione sul piano umano, aspetto non da poco quando si tratta di calciatori con grande spessore internazionale (a volte delle vere e proprie multinazionali che camminano). Molto spesso, è difficile per i campioni aprirsi completamente alle intenzioni dell’allenatore, soprattutto quando l’atleta ha ottenuto grandi successi in un ruolo specifico. Per fare un esempio, Cristiano Ronaldo alla Juventus non ha mai accettato di fare la prima punta, nonostante le esigenze di ben tre allenatori diversi – il secondo dei quali, Sarri, arrivò addirittura a rendere pubblica la cosa, dichiarando che a CR7 la posizione “Non piaceva”. Non si vorrà mica mettere in dubbio la professionalità del portoghese, che sulla professionalità ha costruito buona parte della sua legacy?

I paragrafi successivi sono stati scritti da Francesco Iazzi.

Apparentemente, non c’è una soluzione valida per tutti. Questo tema, tra l’altro, evade anche dai confini calcistici, e può valere per tutti gli sport, come per ogni aspetto della vita.

Ho sempre pensato che nelle cose ci voglia equilibrio, bilanciare tutto per non creare degli scompensi nel sistema. Siamo nel periodo storico dello smart working, della lenta trasformazione della settimana lavorativa, che in molti Paesi è diventata “corta”, dei discorsi sulla salute mentale delle persone e dell’importanza delle risorse umane e di chi le amministra. Per questo motivo, trovare un equilibrio può fare la differenza in un’azienda, come in una squadra di calcio, una franchigia NBA o una scuderia di Formula 1.

L’approccio al lavoro e alla produzione del secolo scorso partiva dall’assunto secondo cui tutti avevano una specifica mansione. Nelle fabbriche, gli impiegati eseguivano meccanicamente i propri compiti, in turni di lavoro stressanti e alienanti. Sono passati decenni prima di avere condizioni di lavoro accettabili, con orari più umani e salari dignitosi, il che ci insegna come l’uomo cambi sempre molto lentamente gli aspetti fondanti della sua giornata tipo.

Se cent’anni fa le fabbriche erano tutte impostate, tutte seguivano un modus operandi specifico, oggi il lavoro è cambiato, è più aperto per certi versi, e non è più vero che tutti gli impiegati sono uguali. Prima Gianluigi ha nominato esempi di squadre di calcio piene di fenomeni ma poco coese fra loro. La storia ci insegna ancora una volta che l‘equilibrio è salvifico in tutti i casi, e di esempi che ci aiutino nello sport ce ne sono diversi.

Il primo che mi viene in mente ci riporta all’inizio del millennio. C’è stato un momento, a partire dal 2001, in cui il Real Madrid, una delle squadre più importanti e ricche del mondo, aveva deciso che per tornare a vincere davvero serviva spendere. I campioni di quel Real Madrid si guadagnarono il soprannome di “Galacticos”, il che contribuì ad alimentare la loro leggenda più di quanto avrebbero fatto le (poche) vittorie sul campo. Tra i grandi nomi ad aver vestito la casacca merengue in quelle stagioni ricordiamo Ronaldo, Figo, Roberto Carlos, Fernando Hierro, Raúl, David Beckham. Eppure, tutti questi talenti, per quanto utili, non erano indispensabili. Indispensabile era invece Claude Makéléle, che di sicuro era meno appariscente di tutti i suoi compagni di squadra dell’epoca, ma non per questo meno fondamentale. Il suo era un compito semplice solo a dirsi: faceva, non a caso, l’equilibratore, il mediano, l’uomo davanti alla difesa capace di reggere tutto l’arsenale offensivo di quella squadra, che era ovviamente molto sbilanciata in avanti. Nell’estate del 2003, Makéléle venne venduto per fare posto proprio al “Golden Boy” Beckham, e il Real affondò. Pur perdendo il giocatore meno luminoso di quell’undici, i Blancos non furono più gli stessi. Fu come togliere un ingranaggio da un orologio: è impossibile pensare che funzioni senza avere tutti i pezzi al suo posto.

Questo ci rimanda così a un concetto che prendo in prestito dal ciclismo, quello di “gregario”. Anche nel 2021, i gregari sono fondamentali. Lo sono nello sport e lo sono nella vita di tutti i giorni, da sempre, ma forse oggi più di ieri, perché siamo arrivati a un punto in cui il livello di specializzazione (o talento individuale) richiesto in qualsiasi campo (ruolo) è talmente alto che è impossibile chiedere a tutti di svolgere le stesse mansioni. Inevitabilmente, ci sarà sempre un individualità capace di eccellere in qualcosa in cui qualcun altro non eccellerà. Perciò serve equilibrio, serve qualcuno che faccia quello che una volta era definito “lavoro sporco”. Il più brillante dei manager avrà bisogno del più brillante dei bracci destri per portare a un livello successivo il suo lavoro. In precedenza parlavo di essere utili ma non indispensabili: oggi la ruota è girata, per far funzionare un sistema tutti sono utili, ma soprattutto tutti devono essere indispensabili. Per far funzionare al meglio un complesso servirà il Makéléle di turno, il Cristiano Ronaldo della situazione e, li citava Gianluigi in precedenza, i Guardiola, Klopp o Conte del caso, gestori responsabili che non solo siano in grado di bilanciare tutte le forze in gioco, ma che siano pure capaci di farle rendere al top.

Così arriveremo a un punto in cui il talento e la gestione dello stesso andranno di pari passo nella stessa direzione, quella di una produzione che metta tutti d’accordo: gli imprenditori e i loro dipendenti, così come i clienti, il target finale del processo di produzione di qualsiasi cosa, di un bene o un servizio, così come di una partita di calcio. In fondo, è questo che rende così interessante il calcio: la diversità nei modi di viverlo e giocarlo, con il semplice obiettivo di segnare un goal in più degli avversari.

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