Tutti odiano la geografia

Si sa: i bambini fanno troppe domande e mia madre era più bambina di me.
Guardavo alla vita con affanno e col desiderio di sapere di mondi e di storie e forse fu proprio mia madre a imprimermi quella curiosità che per me sarebbe diventata sete di conoscenza, ma che non sarebbe stata lei ad estinguere. Crescevo, e la mia camera – contenitore di giochi e libri ancora per bambini, con qualche eccezione tra quelli in eccesso di mia madre, che lei conservava con cura alessandrina – si arricchiva di mondi fiabeschi e lontani. La brama di annullare la distanza tra me e ciò che troppo mi sembrava metafisico, la curai con la geografia. A sei anni, conoscevo già moltissime delle capitali del mondo, sapevo orientarmi sul mappamondo come Maria Callas si orientava sul pentagramma.

Nacque così una passione che, già allora, mi aiutò ad avvicinarmi alla realtà, al pragmatico scorrere della vita in tutti i suoi aspetti.
Il male, lo vedevo, c’era. Non ero un’illusa, non ignoravo che qualcosa andasse per il verso sbagliato. Esisteva una geografia in tutto: nelle guerre, nei governi, nel Paese, nelle discussioni alle cene di famiglia. La geografia che, attraverso aree, limiti, confini e spazi sapeva spiegare l’origine di ogni problema.
In casa mia, quando avevo sei anni, ci litigavo con mia sorella, sì. Pure adesso per la verità, ma a quei litigi c’era sempre una spiegazione precisa, appunto geografica: la sua – e la mia – ambizione era quella di avere “una stanza tutta per sé”. E non era quella della Woolf, per cui “a woman must have money and a room of her own, if she is to write fiction”, ma quella della gelosia e del potere, quella che attanagliava i vecchi colonialisti assetati di terre e ricchezze, nonostante i nostri sentimenti fossero dimensionati alla nostra piccola sfera privata.


Questa importante branca del sapere regna, quindi, anche nei cuori dei bambini ed è inizialmente mista al sentire gretto degli uomini: sta agli educatori annichilire quell’ardore egoistico che riduce la geografia a teatri di battaglie.


Crescevo, e capivo sempre più quanto questa disciplina e quella politica fossero strettamente connesse; ma più andavo avanti, più lo studio sistematico della materia diminuiva e con esso diminuivano le ore del programma scolastico ad essa dedicate.
Le sue ore andavano scemando a causa di scellerate riforme per le quali si iniziò a parlare di accorpamenti in una materia unica, con una relativa riduzione delle ore di insegnamento.


Adesso capita così: la geografia sembra avere le parvenze di un luogo lontano, desertico, melanconico, di cui pochi rammentano e che molti odiano. La geografia, con la quale adesso potremmo comprendere dinamiche politiche interne ed estere, sembra non avere più coordinate, sembra che sia stata abbandonata dagli strateghi delle istituzioni sulla considerazione che poco sia funzionale ad un apprendimento completo e trasversale.
Così pare e anche i docenti di scuola primaria e secondaria sono vittime di questi provvedimenti e dei programmi ministeriali a causa dei quali essa è stata resa una materia marginale.


Eppure, quanto del passato e del presente potremmo analizzare invece con senso critico: stragi e genocidi, segregazioni ed evoluzione della violenza; potremmo dispiegare, attraverso la geografia, le motivazioni di certe azioni popolari e altre individuali, affidandoci ad essa anche per la risoluzione di certi problemi socio-spaziali.
Un suo studio capillare basterebbe già solo per poter discutere concretamente di migrazione e cambiamento climatico a livello globale o, per quanto riguarda l’Italia, persino per migliorarne meccanismi legati al turismo, alla produzione agroalimentare e alla valorizzazione del territorio e del patrimonio artistico.
Il suo studio porterebbe a una consapevolezza che, in generale, gioverebbe a tutti: lavoratori e semplici cittadini che, al meglio, potrebbero sfruttare le risorse dei loro territori.


Questo lamentevole parlare della geografia come povera Cenerentola tra tutte le materie insegnate a scuola, vuole mandare un messaggio, dichiarare un bisogno: molti di noi la odiano, è vero, ma ne abbiamo bisogno e dobbiamo studiarla.
Come quando la mamma ci dice di fare qualcosa per il nostro bene e noi puntualmente disobbediamo.
Poi ci renderemo conto che aveva ragione.

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