‘Sull’essere sani in luoghi folli’

«Non dovremmo dire che un atto ferisce la coscienza collettiva perché è un crimine, ma è un crimine perché ferisce la coscienza collettiva»
Emile Durkheim.

Alla base dell’interazione umana assumono valenza e significato tutti quei comportamenti, positivi o negativi, che delineano ed associano l’esperienza comune di tutti gli individui che compongono i diversi tipi di società. Sebbene la concezione di un mondo drappeggiato di pregi e d’ineffabile perbenismo possa sembrare non così lontana ed irraggiungibile nell’era del politicamente corretto, è cosa giusta non sottostimare la forte intensità del buio umano.
Nell’esperienza comune dell’individuo spiccano due categorie dell’agire e del comportamento, quali violenza e devianza. Esse caratterizzano fortemente l’interazione umana unendosi ad emozioni come odio e disprezzo, finalizzate al disconoscimento dell’altro.
La loro funzione muta nella sfera pubblica e privata; ad esempio, per quanto riguarda la violenza, il fenomeno viene analizzato all’interno di dinamiche relazionali come quelle di coppia o di famiglia, se si sviluppa nel privato.
Devianza e violenza nascono generalmente all’interno di contesti caratterizzati da un’oppressione relazionale durevole ed immutabile nel tempo, dove si fanno uso di strategie comunicative e comportamentali che mirano al dominio dell’altro, al totale controllo della vittima facendo perno appunto sull’oppressione.

Se poi violenza e devianza si evolvono andando ad intrecciarsi con la criminalità, allora l’analisi si amplia, specie se riconosciamo che, all’interno delle sopracitate categorie dell’agire umano, il processo di comunicazione-relazione ha un ruolo imprescindibile.
Quando si trattano temi come comunicazione e crimine, si pensa prevalentemente alla rappresentazione mediatica di quest’ultimo e al relativo impatto sul pubblico. In realtà ci sono importanti nessi tra le diverse forme del comunicare e il mondo della devianza e della criminalità fa del legame mass media-crimine un punto fondamentale. La maggior parte degli individui, pur avendo ognuno una personale visione della realtà e affrontando ogni giorno problematiche di varia natura, accetta e si adatta alla complessità sociale. C’è una minoranza sempre più significativa che, invece, si rifugia in comportamenti definiti devianti, commettendo azioni violente e incontrollabili sul piano emotivo. Questo tipo di comportamento, spesso apparentemente irrazionale, è indicatore di un forte disagio, di un bisogno incessante di affermare la propria identità e il proprio ruolo nella società.

Secondo Stanley Cohen, sociologo e criminologo degli anni ‘70, la devianza viene accostata a termini come disagio o disadattamento perché “rappresenta la via di fuga dal controllo sociale, che tende ad assicurare il consenso degli attori sociali alle norme che legittimano una società.” (Folk Devils and Moral Panic, 1972).
Dunque la società si rivela legislatrice di norme che si distinguono rispettivamente in regole sociali (folkaways) e regole culturali (mores). I folkways sono regole e norme informali che, sebbene non offensive da violare, dovrebbero essere seguite. I mores sono regole informali non scritte, che, quando violate, comportano severe punizioni e sanzioni sociali per gli individui, come le esclusioni sociali e religiose.

Vi chiedo di sorvolare sulle denominazioni un po’ pinkfloydesque coniate da Cesare Beccaria ma soprattutto da Jeremy Bentham, risalenti alla Scuola Classica di metà diciassettesimo secolo, periodo coincidente con l’inizio del primo ascolto di ‘Echoes’ ancora oggi in riproduzione. La devianza viene dunque percepita -in partenza- non come una caratteristica del proprio comportamento, bensì assume il significato attribuito dalla società a seconda del contesto in cui si manifesta.
In virtù di ciò, nella teoria dell’etichettamento (o labeling theory) sviluppata dal sociologo statunitense Howard Becker a metà novecento, la devianza viene descritta come risultato di come gli altri interpretano un comportamento, così che gli individui etichettati come devianti vengano spinti ad interiorizzare questo giudizio, finendo per farne una parte della loro identità.
Per Becker la società si presenta come persona morale distinta dagli individui e capace di trascendere gli interessi degli stessi. Essa è allora desiderabile perché permette all’uomo di innalzarsi sopra la semplice esistenza animale e i suoi istinti egoistici per coordinare insieme gli sforzi e vivere una vita più libera dai bisogni e dalle necessità.
La subordinazione morale dell’individuo alla società, attraverso disciplina ed educazione, è quindi cardinale alla società stessa per mantenere lo status di controllo.

Ma cosa accadrebbe nel momento in cui la solidità morale della società, intesa come pensiero forte, venisse messa in discussione da un restringimento della libertà individuale e/o costituzionale?
In Italia, ad esempio, le nuove regole di restrizione del movimento delle persone, entrate in vigore la seconda settimana di marzo 2020 di conseguenza al Covid-19, hanno drasticamente limitato questa libertà individuale. Le uniche ragioni (purtroppo ben note) per poter uscire di casa erano tre: acquisto di cibo, necessità lavorative o di salute. Chi non rientrava in una delle tre, era soggetto a sanzione pecuniaria e denuncia penale. Il governo ha adottato drastiche misure per proteggere la popolazione, cancellando la libertà individuale di movimento, come altre libertà che dessero luogo ad assembramenti in luoghi pubblici o privati.
È come se la distinzione fra ciò che è o non è reato fosse tramutata, stabilendo un nuovo confine rispetto a comportamenti ritenuti normali e accettabili in precedenza.
Con Emile Durkheim, ‘padre’ della sociologia e rinomato professore della Sorbona, questi stessi comportamenti vengono sanzionati perché contrari alla salvaguardia della società nel suo insieme, corrispondente per il sociologo francese al nucleo fondante della coscienza collettiva. La mole di messaggi che esortava a rimanere nelle proprie abitazioni ha dato luogo non solo ad un significativo investimento di energia, altresì ad una testimonianza di emozioni collettive condivise.

A tal proposito possiamo ipotizzare che nel contesto identitario italiano segnato storicamente da fratture di varia natura, abbia avuto luogo, seppur per breve tempo, un sentimento condiviso di appartenenza nazionale che ha trovato cristallizzazione nella campagna “#iorestoacasa”. I fattori contingenti legati alla situazione nella quale si è trovato il Paese hanno influito sul tipo di reazione “corale” ad osservare le nuove regole di comportamento. I messaggi veicolati attraverso i social network e gli episodi appena rammentati hanno messo in evidenza una certa ritrosia sociale incline a principi di “legge e ordine”, oltre che la volontà dei protagonisti ad ergersi a controllori dei comportamenti altrui.
Per questo dato motivo in questo dato periodo si va a delineare la figura del nuovo deviante , intesa appunto come trasgressore delle nuove norme sociali in atto. Così atleti, corridori, fattorini ma anche chi più semplicemente scendeva di casa per raggiungere il tabacchino più vicino, si delineavano all’interno del pensiero collettivo come nemici dello Stato.
Nel caso specifico, tuttavia, il vettore principale che ha suscitato un sentimento di appartenenza nazionale è stato determinato, più che dall’individuazione di un “oppositore” comune, dalla paura per un’emergenza apparentemente incontrastabile -come il contagio e la diffusione del virus-(G.Allport, ‘La natura del pregiudizio‘,1958).
A questo proposito il progressivo aumento di ricoveri e morti, le restrizioni sempre più pressanti e dunque l’impossibilità di vedere la luce alla fine del tunnel, hanno gettato ogni cittadino in un stato di sconforto ed impossibilità. Ma più passavano le settimane più appariva evidente la negligenza di uno Stato che faceva di sanzioni e pene l’unico principio di tutela e salvaguardia dei suoi cittadini. Era conseguente, dunque, aspettarsi un mutamento nel comportamento degli stessi: la precarietà delle piccole imprese, l’introduzione di coprifuoco e zone variopinte hanno difatti gettato ombre sulla reale capacità dello Stato di assistere e curare gli interessi dei suoi abitanti in una situazione di emergenza.
Quanto quel sentimento collettivo di consapevolezza comune della prima ondata si sia poi tramutato in un misto di rassegnazione e rabbia, si riflette nel drastico calo di consensi dell’opinione pubblica nei confronti del governo, dal 71% nei primi giorni di marzo al 58% di Agosto 2020 (dati: Ministero dell’Interno).
Sempre secondo Durkheim, la condizione patologica della società che risale alla mancanza di codici morali efficaci nel regolare le condotte degli individui è definita come anomìa (dal greco’ ‘a-‘ (senza) e nomos (norma) , concetto tra i più noti dell’opera durkheimiana e che ben si distacca dall’ideologia di stampo anarchico.
Nella concezione relativistica dell’autore, infatti, i momenti disgregativi e la mancanza di tutela dell’individuo dalle norme dettate portano a reazioni -talvolta criminali- differenti in virtù del tipo di società in cui si manifestano. Ciò porta ad uno split sociale dove conflittualità, devianza e crimine sono dirette conseguenze del sentimento anomico dell’individuo, tramutandolo nella sua forma più cronica.

E’ dunque corretto considerare la devianza sociale come responsabilità unica dell’individuo?
Il presupposto della teoria razionale di Cesare Beccaria descrive il potenziale criminale come un attore razionale in grado di valutare i costi e i benefici derivanti dal compiere un reato. Perché un atto criminale possa avere luogo, occorrono tre condizioni essenziali: l’esistenza di un potenziale offensore, una potenziale vittima e, infine, l’assenza di una qualche forma di controllo che possa costituire un ostacolo, come ad esempio la presenza di forze dell’ordine. Viene posto l’accento non sulle caratteristiche dei potenziali offensori, la cui personalità e valori avversi al rispetto delle norme non costituiscono oggetto di approfondimento, quanto piuttosto sulle potenziali vittime e sui sistemi di controllo.
Anche per questo, ad esempio, la coesistenza obbligata sotto lo stesso tetto di coniugi o conviventi durante il lockdown ha fatto da acceleratore della violenza domestica, registrando -relativamente alle sole segnalazioni e/o interventi e non al reale numero dei casi- un incremento del 7% nel mese di Aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente(dati: Istat).
Lo stato d’ingabbiamento percepito dall’individuo, in unione a fattori di tipo coercitivo come il divieto di lasciare la propria abitazione se non per i motivi ben noti e sopracitati, non ha fatto altro che intossicare l’ambiente relazionale facendo della routine – e della sua ridondanza – l’effetto catalizzatore per le devianze.
Va evidenziato, in aggiunta, il peso specifico che i mass-media hanno avuto in merito al lockdown. Bollettini di morte, collassi ospedalieri, decreti sicurezza e le più disparate proteste erano l’unica fonte d’informazione ritenuta necessaria da acquisire; di contro, chi non ne sapeva abbastanza veniva emarginato all’interno del processo comunicativo. Quest’ultimo, dunque, si riempiva di conversazioni grigie ed intrise di malessere che, se da un lato ha reso i cittadini più consci del proprio stato di fragilità in relazione all’incontrollabile ondata, dall’altro ha concesso un standard d’interazione senza pari nella storia.
La collettività raggiunta tra gli individui e gli stessi canali d’informazione nelle prime settimane di pandemia ha condotto la società su di un’unica linea di pensiero riguardante il concetto di giusto e sbagliato. In rappresentanza del giusto si sono affermati virologi, figure istituzionali e personaggi famosi. Come imputati di ciò che è sbagliato, invece, troviamo coloro che si oppongono al pensiero forte e non contemplano l’esistenza di alcuna forma di virus, venendo etichettati all’interno delle nuove norme sociali come ignoranti e complottisti, dunque soggetti devianti della nuova società.

“Immaginate una società di santi, un chiostro esemplare e perfetto: i reati propriamente detti saranno qui ignoti; ma le colpe che sembrano normali al volgo faranno lo stesso scandalo che il delitto ordinario produce sulle coscienze ordinarie”. (E.Durkheim)

Per facilitare l’individuazione dello stato oppressivo che la società impone tramite le sue norme, i codici di behaviorismo ed i canoni di normalizzazione vorrei riportare un aneddoto del romanziere contemporaneo Caleb Carr, autore de L ’Alienista (1994):

‘’Una giovane donna appartenente ad una ricca casata rinascimentale un giorno diede alla luce un maschio. L’autunno dopo, una splendida figlia. Passarono solo sei mesi dalla nascita di quest’ultima che, con un gesto inspiegabile, la giovane donna decide di immergere le teste dei suoi figli in acqua fino ad annegamento. Data la ricchezza e la posizione sociale della casata, la donna non fu né processata né finì in un istituto. Anzichè seguire le cure adeguate, negli anni a venire, per ogni giorno, la madre orfana dei due figli era solita recarsi al parco curando e spingendo un passeggino vuoto. E’ facile comprendere le aspettative che la società del tempo aveva sulle donne. Sposarsi, avere figli e sorridere anche quando non ci si sentiva in dovere di farlo.
Se tutto questo vi è comprensibile allora comprenderete anche che la donna che spinge il carrozzino vuoto non ha scelto che persona diventare, la società l’ha fatto per lei
.’’

Alessandro Rossi.

Categorie cultura

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