Quattro fermate con Andrea

Mi piace camminare per strada e cercare nei volti una storia.
La storia che oggi è venuta a me, perché si sa che uno scrittore le storie le incontra per caso e pende su di lui il macigno di raccontale, è quella di un ragazzo sulla ventina: capelli scuri come il colore dei tronchi in autunno e gli occhi chiari come la brezza delle sei del mattino.
Non mi è mai piaciuto il nome Andrea, sapete, quell’unico nome che racchiude in sé il femminile e il maschile, quel nome che ad una donna calza perfettamente, mentre su di un uomo altro non suona che come il gesso che graffia una lavagna.
Non mi è mai piaciuto il nome Andrea ma lui aveva un bracciale, sicuramente uno dei regali di sua mamma per il Natale del 2016, con su scritto A-N-D-R-E-A, comprato probabilmente in uno di quei viaggi nel sud est asiatico in cui sei quasi obbligata a fermarti all’aeroporto per prendere qualcosa ai tuoi familiari e farti incidere su un pezzo di legno, tra due fili marroni, il nome di tuo figlio, dopo aver comprato nel centro della città i sigari dall’odore acre a tuo marito: un tentativo dell’amore materno di far durare il legame indissolubile del cordone ombelicale il più a lungo possibile.

Non mi è mai piaciuto il nome Andrea ma a lui calzava come le scarpe trentanove e mezzo calzano ad un trentanove: così, il nome che le sue sorelle più grandi avevano presumibilmente estratto da una bolla quando lui era ancora tra un embrione e un feto, era perfettamente comodo ed elastico da portarselo dietro per tutta la vita.

Andrea era vestito come tutti i ragazzi della milano da bere: jeans chiari Levi’s, Nike Dunk Low ai piedi e giubbotto North Face sulle spalle.
Il giorno stava per tramontare ed io tornavo dall’Università e la metro, come è tipico di quell’ora, si era trasformata in un dedalo di strade con i segni, impossibili da vedere per la moltitudine di persone che li calpesta, verdi e rossi sul pavimento che cercano di indicarti la via quando tu invece vorresti solo perderla.

Il mio vagone, quello centrale, il più comodo (perché ho calcolato che, alla fermata in cui sono destinata a scendere ogni giorno per tornare a casa, il vagone in questione si ferma esattamente al segno blu “uscita”) era pieno.
Mi posizionai allora vicino alla porta, nonostante mancassero ancora sette fermate alla mia, sperando che alla terza sarebbe scesa molta gente. Quando però ci sono questo tipo di fermate, quelle in cui scende molta gente, devi essere conscio che ne salirà altrettanta e che allora si renderà necessaria una prova di abilità: individui la persona che più ti sembra si stia preparando a scendere (quella che ferma la musica sul telefono, si mette la sciarpa, sistema la borsa sulla spalla oppure quella che si siede con il sedere sulla punta del sedile) e ti avvicini a lei. E poi, quando si alzerà dal che tanto desideri, tu prenderai il suo sedile mentre coloro che saliranno sul tuo vagone si fionderanno per rubare a te lo spazio lasciato vuoto.

Buona educazione vuole -una di quelle good-manners che non condivido ma spesso mi fanno comodo- che le donne e gli anziani si seggano sui sedili gialli e gli uomini in buona salute invece stiano in piedi aggrappati alle pseudo-maniglie in alto a cui io, che sono pure alta, arrivo con difficoltà.
Quando salì Andrea sulla sotterranea,
tutti e due, io già sul vagone e lui novellino appena salito, andammo nella direzione dello stesso posto a sedere. Allora, io, magrolina e ingombrante per gli strati di lana sotto il giubbotto, feci un passo indietro quasi per dirgli: “se vuoi sederti tu, siedi, ma sentirai del senso di colpa tutto il viaggio. Sarai costretto a guardarmi fare strane mosse con il braccio dolorante forzato a stare appeso a quelle stupide maniglie”.
Allora, Andrea, visibilmente spaventato dalla mia occhiataccia si fermò e con un gesto degli occhi mi face capire che il posto era mio.
Capì circa alla mia quarta fermata, per lui la prima, che non lo fece perché le mie parole sussurrate nella mente lo spaventarono, ma per il suo animo buono; lo stesso che lo costrinse a prendere quella metro.
Lo osservai discretamente per tutto il percorso fatto insieme, sperando di riuscire a cogliere il più possibile su quell’essere cosi pacato.

Suppongo che nel ventunesimo secolo tutti i ragazzi sulla ventina abbiano un telefono, ma lui sembrava proprio non averlo.
Nelle mie orecchie suonava qualche cazzata -sicuramente indie- mentre nelle sue, nude, rimbombava il vociare della gente e di chi parlava al telefono a voce insopportabilmente alta, come se a tutti fregasse qualcosa della baby sitter del figlio o del concorso a cui non si sono qualificati o peggio, dei disastri amorosi in cui si trova sempre la migliore amica.
Come faceva a sopportarlo?
Ma a lui non importava, guardava davanti a sé e la sua testa si muoveva ai movimenti bruschi -ma anche a quelli lievi- della metro, come se si fosse abbandonato a quell’ondeggiante culla di metallo.
Guardava un po’ davanti a se e poi dopo aver chiuso le palpebre per più secondi del normale, come se avesse solo bisogno di stendersi sul letto, guardava me.
Il suo sguardo gli toglieva un po’ di quel mistero di cui tanto l’avevo avvolto: rispondevo allo sguardo tipo “non guardarmi come fanno tutti gli uomini il cui unico pensiero è infilare il coso da qualche parte”.
E lui capiva, e tornava a guardare fuori.
Che poi che cazzo guardava?
La metro non è un treno che attraversa i campi in superficie: attorno ha solo gallerie grigie e gocciolanti.

Arrivammo alla mia quinta fermata, e cioè alla sua seconda e si liberó un posto accanto a me.
La metro ti insegna che se vuoi una cosa devi essere più bravo degli altri a prendertela.
Allora io, che ancora mi sentivo in colpa per essermi presa una cosa per grazia altrui e non per la mia abile maestria nell’afferrarla, istintivamente misi la borsa sul sedile vuoto per tenergli il posto e ricambiare il favore.
Che stupida.
Subito la tolsi perché un pensiero mi attraversó la mente e si fece, con il trascorrere dei secondi, sempre più convincente: “magari pensa che hai messo la borsa per non far sedere nessuno. Non penserebbe mai tu gli stia tenendo il posto”.
Spostai la borsa ad occhi bassi e lui si sedette.
Neanche dopo essersi messo comodo cacció il telefono che sporgeva dalla tasca sinistra (suppongo non l’avesse in quella destra perché inconsciamente la destra era la gamba che accavallava sulla sinistra quindi gli sarebbe stato scomodo un qualcosa che gli si conficcava sotto l’ileo).
Ora che eravamo accanto non potevo più osservarlo di sottecchi e pensai sarebbe stato bello vedere il suo viso sotto la mascherina.
Abbassai allora un attimo la mia per mettermi il burro di cacao cosicché lui potesse vedere con la coda dell’occhio il mio viso e poco dopo lui fece lo stesso per grattarsi un po’ la punta del naso.
Ma chi si gratta la punta del naso?
Non credo di aver mai sentito prurito in quella parte del corpo.
Ora sapevamo entrambi, a grandi linee, i tratti del viso dell’altro: a questo punto la nostra conoscenza poteva finire.
Dopo avergli scrutato l’anima e avergli spiato il viso potevo scendere dalla metro e tornare alla mia solita vita.
Non fu così.

Parló.

Ma con me?
Parla con me?
Impossibile che parli al telefono con le AirPods, non le aveva messe.

Di nuovo.

Un’altra frase rivolta a me?
Impossibile sentire le parole esatte perché avevo quella stupida canzone indie nelle orecchie.
Improbabile che parli con me.
Però se una persona seduta accanto a te si gira, di scatto muove le labbra e, il calore del suo respiro sulle tue guance ti sfiora, vuol dire che parla con te.
No?
Che imbranati sono questi pensieri!
Sembra quasi nessuno mi abbia rivolto mai la parola.
Mi girai anche io verso di lui in modo da capire se avesse parlato con me e tolsi la cuffia sinistra.
Ma proprio oggi dovevo avere le cuffie?
Non era meglio leggere un libro?
Che superficiale.

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