6 1 0. Un monologo

Ogni volta in cui sorrido (raramente) all’altra metà di me stesso, l’abitante della dimensione astrale dello specchio, dei piccoli intrusi interrompono la nostra conversazione, il nostro saluto, il nostro mutuo scambio d’assensi e consensi, come ad ammonirci con le loro proibizioni, i loro divieti, le loro transenne e palette bianche e rosse, da vigili urbani dal berretto bianco, che ci intimano di fermarci, per non avanzare oltre, per non approfondire quell’eccessiva contezza di vita, quell’eccessiva contentezza di vita. Le millimetriche creature s’annidano sotto la carne, come vermi vispi seguono l’andamento delle parole e delle emozioni, per comparire in momenti calcolati, precisi, talvolta inattesi ed insondabili. Sono sempre lì, parassiti, pronti, potenza, causa e atto del mio quotidiano scivolamento in una valle putrida e desolata, quella dell’azzerata mia autostima, già insitamente sotterranea nel suo standard, ma che viene spinta, ancor più, verso il basso, come la testa bagnata di qualcuno che, per non annegare, cerca di risalire in superficie, ma viene trattenuta sotto la liquida coltre da una mano assassina, inevitabilmente più robusta e nerboruta dei muscoli delle gambe del malcapitato: invano tentano di soccorrere la loro opposta estremità e sé stesse (dato che proprio da quella proviene anche la loro fonte di vita), tramite una propulsione, subacquea ma che mira al cielo; invano le braccia vorticano nel tentativo di trovare un appiglio esterno che permetta loro di trascinare l’intero corpo fuori, fuori dal pericolo di morte. Come la testa e la bocca, sorgenti di vita dell’intero organismo, permangono sott’acqua, uccise da una mente malevola, così la mia autostima vive, ma vegeta negli abissi del mio cuore: vorrebbe uscire, sbraitare, sciorinare le proprie ragioni e rivendicare la propria dignità d’esistere, ma quei duri mostriciattoli bianchi, i denti storti, l’uno sull’altro come una colonia di larve radioattive, la bloccano giù, deformandone i tratti a causa della pressione contro l’ondulato marmo di sabbia.

C’è stato tuttavia modo di bandirli, trasformarli, tramutarli da bieche Erinni in benevole Eumenidi, sacerdotesse della Giustizia del mio inconscio, ma tali tentativi hanno condotto ad una speranza del tutto poco durevole. Un apparecchio portato per 6 anni non è bastato. Era uno di quelli mobili, una specie di protesi in ferraglia da togliere quando si mangiava, unico nel suo genere. Non capivo perché un ragazzino di 11 anni, oltre ai vari problemi (innocui se ci ripenso ora) che quell’età portava con sé, dovesse anche sopportare ed avere sulle spalle il fastidio di dover togliere una simildentiera anche alle feste di compleanno dei compagni di classe: mentre tutti si divertivano a spaccare la pignatta, io, raggiunto il bagno, dovevo fare attenzione a non spaccare l’apparecchio con movimenti troppo bruschi durante la rimozione.

“Ma il futuro mi riserverà tante sorprese: chissà quante ragazze cadranno ai miei piedi col sorriso perfetto che mi ritroverò fra 5 anni” pensavo tra me con sorriso beffardo. Ebbene pensiero più sbagliato non avrebbe potuto esserci, su entrambi i fronti che tale supposizione consolatoria portava con sé. A seguito infatti della definitiva asportazione dell’apparecchio, i maledetti ricominciarono a muoversi, ad avvicinarsi nuovamente fra loro, ad inclinarsi assumendo gli assetti più disparati e disperati, proprio come me dopo aver osservato, di volta in volta, le loro orgiastiche posizioni. Dunque l’incubo era tornato, ridondante e pregnante. “Perché tutti gli altri hanno i denti perfetti e io no? Perché con me non ha funzionato? Avrò questa dentatura per sempre? Avrò questa faccia per sempre? Ed ora cosa succederà quando sarò con una persona su cui vorrò far colpo e pronuncerò delle lettere e delle parole che prevedano un’eccessiva se non totale esposizione dell’arcata inferiore? Nessuna mi vorrà mai, nessuno vorrà più parlare con me. Sì, ma potrei sempre mettere un altro apparecchio; sì ma non ho soldi. E se lo mettessi chi avrebbe voglia di conversare con una specie di cyborg? Attori con l’apparecchio? Dove sono? Se fosse fisso dovrei andare dal dentista a toglierlo ogni volta in cui mi capiterà di lavorare seriamente? Non c’è pericolo, tanto non mi capiterà mai di lavorare seriamente. Ma d’altra parte attori con i denti storti? E chi li vuole? Certo, però ci sono dei ruoli di cattivi per i quali una brutta dentatura risulterebbe più che adeguata. Sì, ma dunque sono cattivo anche io? No, io non sono cattivo, quindi perché precludermi una gamma più ampia di ruoli solo perché il mio odontoiatra di 13 anni fa ha svolto male il suo lavoro? Com’è possibile che un evento, un’azione esterna a me stesso condizioni in misura così grande ed in maniera così puntuale e centrale il mio futuro sino alla fine dei miei giorni? Ma soprattutto, perché non un apparecchio a stelline e fisso come per tutto il resto dell’umanità in età prepuberale e non?”.

La verità è che, seppur per una parte importante di tale calo d’autostima e di queste molteplici e multiformi domande abbia concorso il tale dott. Enzo, non ho mai saputo né chi sono davvero io, né chi sia il mio amico dell’universo riflettente, e quando non si sa chi si è, lo percepisce il corpo insieme al resto del mondo, nella maggior parte delle volte negativamente; ma più di tutto lo percepisce la nostra testa, che crea storie, vere o meno, per giustificare l’immotivata ed infondata inadeguatezza alla realtà che il suo padrone esperisce, racconta e subisce.

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