Diabolik è cattivo?


L’etimologia del termine “cattivo”, ha origini antiche. Significa prigioniero”, successivamente
prigioniero del Diavolo”.
Già a sentirlo, nel comune pensare vengono in mente determinati atteggiamenti o caratteristiche
associabili a specifici individui che, rispetto agli altri, non godono di nobile morale o più
semplicemente si oppongono a quello che la società chiama “buono, corretto.”
Il termine è spesso utilizzato come una sentenza definitiva, un estremo facilmente opponibile al
suo opposto. Anche il cinema, o in questo caso i fumetti, sanno ben evidenziare la differenza tra
buono e cattivo, o appunto bianco e nero, per rendere lo spettatore o il lettore partecipe e fondamentalmente “schierabile” in vicende in cui è più facile rivedersi in un ruolo piuttosto che in un altro.

cattivo”, ha origini antiche. Significa prigioniero”, successivamente
prigioniero del Diavolo”.

Eppure, a parer mio, non è così facile categorizzare persone e personaggi in due estremi radicali. Se un personaggio assume uno o l’altro di questi estremi atteggiamenti, ci verrà mostrato sotto una luce diversa o addirittura nell’assenza della luce.
Ci sarà capitato molte volte di intuire il ruolo di un personaggio anche grazie al modo in cui ci viene presentato. Adesso, come ci comportiamo di fronte a questa “prima impressione”?

Anche qui, ognuno ha la sua reazione: c’è chi si aspetta che il cattivo resti il cattivo, chi immagina
che questo sia tale a causa di esperienze passate che lo hanno reso così, chi invece non osa dare una “definizione a priori” di un personaggio che evidentemente non è così chiaro da comprendere a primo impatto. Spesso, e in vari modi, ai cattivi vengono associate categorizzazioni specifiche, in modo che chi deve recepire il messaggio lo faccia senza porsi troppe domande.
Definire il cattivo con il nero o viceversa il buono con il bianco, è una scelta artistica piuttosto
ricorrente e mi permetto di dire, comoda. Leggendo Diabolik, anche da più piccola, e nonostante
fosse oggettivamente ingiusto il suo comportamento nei confronti delle autorità e della legalità,
qualcosa dentro di me mi portava a empatizzare con lui e con la sua compagna Eva Kant. Perché?
Perché ancor prima di definire la cattiveria del personaggio, l’adolescente che era in me rivedeva in lui il desiderio di evadere da altri tipi di cattiveria e corruzione. Non c’è dubbio che Diabolik fosse egoista e forse, un po’ troppo sicuro di sé. Non c’è dubbio che egli abbia comportamenti ingiusti e come diremmo in gergo giovanile “crea casini”, eppure, quando lo vediamo lì con la sua compagna non possiamo fare a meno di notare l’emergere costante del suo lato umano e oso dire “semplice”.

dobbiamo esplorare le diverse
sfumature di ogni cosa.


Oppure mi stupiva il modo in cui riuscisse ad organizzare un piano in modo “chirurgico”, mi stupiva come lui si servisse della fisica o della scienza o della razionalità per programmare delle mosse infallibili. Ribadisco: il fine non giustifica i mezzi, ma se ci concediamo di vivere la finzione
cinematografica, e diamo fiducia agli autori nel momento in cui ci raccontano una storia, possiamo anche concederci il lusso di estraniarci dalle specifiche azioni di un personaggio e adattarlo a più contesti, quotidiani o non che siano.
Al contempo, l’errore che spesso si commette, è quello di trasferire i propri valori o le proprie
ideologie in maniera radicale, su ciò che ci circonda.

Ciò che voglio dire è che se empatizzo con Diabolik per un determinato momento della sua storia non significa che io lo prenda d’esempio o che debba per forza applicare lo stesso comportamento per risolvere una determinata questione, significa semplicemente che non lo giudico a prescindere.

Significa che, come ogni essere umano, Diabolik non è totalmente cattivo o totalmente buono, ma a fare di lui ciò che è sono (forse, anche?) altri fattori, e successivamente, il modo in cui lui sceglie, consapevolmente, di vivere.
Il non essere totalmente bianchi o totalmente neri, non significa adagiarsi su un modo di essere
piuttosto che un altro, o sentirsi in pace con sé stessi se proprio non abbiamo nulla da rimproverarci come esseri umani (il che mi sembra abbastanza improbabile a prescindere). Significa valutare le infinite possibilità di scelta che ci sono nel mezzo e applicarle non in generale e per qualsiasi cosa, piuttosto valutare i contesti in sé e saper decidere come comportarsi nel rispetto degli altri e della propria persona che abita, che ci piaccia o no, una società collettiva.

significa semplicemente che non lo giudico a prescindere.


La realtà è ben diversa dalla realtà cinematografica o artistica, questo lo sappiamo bene. Sarebbe
bello vedere un personaggio fuori dagli schemi, sarebbe bello vedersi presentato “il buono” o “il
cattivo” sotto la stessa luce, e soltanto dopo, permettere alla nostra capacità critica di capire se ciò che fanno ci piaccia o meno.
A prescindere della fine che faranno entrambi, a prescindere da chi riceverà “il giudizio finale”, conta l’analisi centrale e varia di ogni personaggio e vicenda. Conta sapersi rendere conto che noi sappiamo e possiamo scegliere sotto quale luce agire.

Continuamente,diversamente,infinitamente.

Ma prima di questo, dobbiamo esplorare le diverse
sfumature di ogni cosa.
Accettare che esistano e grazie a questo, diventare persone consapevoli,
cangianti, piene.

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