Riconciliarsi e riconoscersi nel passato: il ritorno di Nicolò Carnesi

Nicolò sembra essere piuttosto abituato, ormai, alle interviste da remoto. Mi accoglie davanti ad un microfono, molto più preparato tecnologicamente di me. Alle sue spalle i suoi strumenti, è nella sua comfort zone. Inizio subito e mi sorprendo a non vederlo nelle sue solite camicie colorate e nelle sue giacche eleganti.


Come hai vissuto il periodo di chiusure che ha messo a dura prova il mondo dello spettacolo e come stai affrontando questo apparente ritorno alla normalità?
“Credo che adesso sia necessario soltanto attendere. La normalità bisogna ancora provarla davvero. Per quanto riguarda la pandemia, ho affrontato varie fasi. La prima è stata la sbronza della novità: era quasi divertente. Ma era solo figlia del fatto che non avessimo idea di cosa ci aspettasse. Quando abbiamo compreso che non si sarebbe tutto concluso così in fretta, ho avuto un crollo emotivo. Il momento peggiore per me è stato il post-lockdown: non avevo voglia di fare niente, avevo addirittura pensato di smettere con la musica. Poi la vita ti riprende per mano. Mi sono imposto nuovi stimoli e ho ricominciato a scrivere canzoni, tra cui “Virtuale” e “Consumati”, ho fatto alcuni live nell’estate del 2020 e subito dopo ho organizzato un tour, che, però, abbiamo dovuto annullare. In quel momento ho perso un’altra volta la speranza. Ora cerco di non illudermi troppo”.


La sensazione di rinascita che ci sembra di respirare in questo periodo ti ha portato alla costruzione di un nuovo progetto. Com’è nata l’idea di recuperare e incidere in una veste diversa il tuo primo disco “Gli eroi non escono il sabato”? Cosa dobbiamo aspettarci?
“Mi sono reso conto che il mio primo disco, a cui sono molto affezionato, compiva dieci anni. In un momento di stasi, ho pensato che poteva essere divertente risuonarlo, scegliendo un ospite per ogni pezzo. Sarebbe stata un’occasione per rivedere tanti amici che lo hanno vissuto e cantato con me in passato. Più che un pretesto per autocelebrarmi o un’“operazione nostalgia”, è un’operazione di riconciliazione con me stesso e con l’album, ma soprattutto con persone a cui voglio bene. È bello dare, a chi nel 2012 non mi conosceva, la possibilità di scoprire delle canzoni che hanno ancora oggi qualcosa da dire e capire di suonare la stessa musica e le stesse parole in maniera totalmente diversa”.


Gli ospiti che hai scelto sono gli stessi che ti hanno accompagnato in questo percorso lungo dieci anni. È stato, forse, un modo per omaggiarli?
“Ci sono alcuni casi in cui la mia scelta è caduta su artisti che avevano già suonato con me o, magari, avevano già ripreso nei loro live quel brano. In altri casi, invece, si è trattato di una questione di stima e di amicizia. Mi ha commosso, per esempio, sentire le mie parole cantate da uno dei personaggi che ammiro da quando avevo vent’anni”.


“Gli eroi non escono il sabato” appartiene, ormai, al te di dieci anni fa. Ti è mai successo di non riconoscerti più in qualcosa che hai scritto e hai pubblicato?
“Mi è successo, ma non con questo disco, perché è estremamente sincero ed è venuto fuori da un bel po’ di vita vissuta. Avevo scritto trenta canzoni e ho scelto quelle che trovavo più rappresentative. Ritrovo, com’è ovvio che accada, delle cose che adesso non scriverei. Non scriverei più un pezzo come “Levati”, perché l’ho già fatto e perché è legato ai sentimenti che provavo allora. Cantarlo mi aiuta a ricordare il me stesso di dieci anni fa. Subentra l’accettazione: quello che hai fatto, dopo anni, non ti crea vergogna, perché diventa una cosa a sé stante. Ci sono, di certo, delle canzoni che non ripubblicherei; non mi è mai piaciuta molto “Il Disegno”, sebbene il pubblico la apprezzi. Ho deciso di non suonarla più dal vivo”.

Cos’è cambiato di te e in te in questi dieci anni?
“Ci sono dei lati che sono rimasti intatti: per questo ho deciso di ricantare “Gli eroi non escono il sabato”. Eppure sono cambiate le mie consapevolezze, la mia visione del mondo. C’è stata la vita e poi l’evoluzione. Forse ho meno lentezza in corpo e sono meno curioso, anche se la curiosità resta qualcosa di spiccato in me: mi spinge a fare tante cose, mi aiuta a scrivere, nonostante il tempo che è passato”.


C’è un brano che ritieni il manifesto della tua discografia?
“Una delle canzoni che mi rappresenta di più e che preferisco suonare è “Motel San Pietro”. Racchiude varie tematiche della mia ricerca, come il tempo e l’amore. Persino la forma in cui ho deciso di raccontare questa storia è diversa dal solito. Contiene tanto del mio mondo: c’è quello che ero nel 2012 e quello che sono adesso. La verità è che, comunque, spero sempre di poter scrivere la mia canzone migliore, ma dovrò aspettare ancora un po’ per capire quale sia”.


Hai definito la tua generazione come quella della Terra di Mezzo, a metà strada fra due contesti totalmente differenti. È cambiato molto anche a livello discografico. Quali cambiamenti hai notato nella scena musicale?
“Quello che non mi piace attualmente è il fatto che ci sia una standardizzazione. L’impressione che ho è che la musica si conformi troppo al mercato, mentre prima c’era molta più libertà creativa. Il suono è sicuramente migliorato, ora c’è tanta sperimentazione, c’è una consapevolezza maggiore nella produzione dei dischi, al contrario di quando non si avevano nemmeno i mezzi. Non si poteva e non si voleva fare un prodotto hi-fi. Adesso c’è un unico grande universo, senza altre alternative. Blanco piace perché distrugge questo modo di scrivere canzoni, destrutturando la forma. Dal punto di vista discografico, all’inizio eravamo tutti indipendenti, poi le major hanno acquistato la maggior parte delle etichette minori. Può aiutare avere delle economie maggiori per sfruttare la tua creatività, il problema si ha se quell’economia ti seppellisce, se ti ritrovi a stare esclusivamente al suo gioco. Anche lo streaming ha cambiato il modo di fare musica. Prima l’album doveva avere una coerenza, una narrazione; negli anni ’70 c’erano addirittura i concept album. Ora i dischi sono soltanto raccoglitori di singoli. A me piaceva l’idea della coerenza, di raccontare uno stesso concetto con più canzoni; ci ho sempre provato. Il mio ultimo album, “Ho bisogno di dirti domani”, per esempio, parla della circolarità del tempo e dei sentimenti, del fatto che alla fine torniamo sempre allo stesso punto ma in maniera completamente diversa. Questa tendenza è inconcepibile nella musica contemporanea perché c’è la corsa al singolo. Io penso che a volte il tempo sia necessario per scrivere qualcosa di nuovo, eppure sono certo che ci saranno altri cambiamenti. Il moto del tempo, così come quello del mercato e dell’arte, non è mai uniforme, ma è sempre ondulatorio. Viviamo le nostre vite alla ricerca di un cambiamento e quando arriva non ce ne accorgiamo perché ne stiamo già cercando un altro”.

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