Perché Euphoria parla a noi e di noi

Si tratta apparentemente di un dramma adolescenziale del 2019, scritto e diretto da Sam Levinson per l’emittente HBO e trasmesso in Italia da Sky Atlantic. Tralasciando i dettagli tecnici, parliamo del successo che ha avuto, chiediamoci perché un prodotto del genere sia stato apprezzato così tanto e in che termini la nostra generazione si sia rispecchiata.

La trama trova l’origine della sua spirale nella morte del padre di Rue, la protagonista, che in preda ad un dolore a dir poco lancinante decide di ‘chiudere gli occhi’ davanti a questo, rifugiandosi nel fittizio mondo degli oppiacei. Possiamo dire che il ritmo della serie tv segua la traiettoria delle montagne russe emotive vissute da Rue, il che fa di questa, un’opera dalla struttura lontana anni luce da quella seriale tradizionale: un surrogato inorganico e atemporale di linguaggi, musiche, scenari e immaginari. Per non parlare del fatto che la serie rispetti i vari codici estetici in maniera, permettetemi di dirlo, a dir poco magistrale.

Contraddistinta da una vena quasi metafisica, Euphoria ci presenta una dimensione singolare, dove è difficile scindere passato e presente, ci trasporta nelle tipiche case americane di provincia anni ‘70, con mobili in legno di noce, poltrone in velluto dai colori autunnali, centrotavola ricamati, qualche orologio a pendolo e carte da parati fiorate (esteticamente discutibili). Ma ad un certo punto questo flusso temporale subisce una cesura e si può notare che i personaggi utilizzano sigarette elettroniche e iPhone -più o meno di ultima generazione- che automaticamente ci riportano al ventunesimo secolo. É solo il primo sintomo dell’effetto straniante e scomodo che Euphoria è in grado di generare.

Prendendo in analisi ogni personaggio é possibile notare che ognuno nasconde traumi di una certa portata, a partire dai più diffusi problemi di autostima, fino ad arrivare a padri che prendono decisioni ’sbagliate’ le cui conseguenze psicologiche e relazionali si leggono sulla pelle dei rispettivi figli.
La serie è densa d’intrecci narrativi: la trama é costruita su una sorta di effetto domino che evidenzia l’importanza della responsabilità umana e ci porta a riflettere sulle ripercussioni che generano le nostre azioni.
Euphoria è, almeno spero che sia e sarà, un tassello importante nella cultura intermediale contemporanea perché parla a noi e di noi.

Ogni essere umano, in misura diversa, porta nel suo Dna un po’ della fragilità di Rue, un po’ della rabbia di Nate, un po’ della confusione di Jules, un po’ della vulnerabilità di Cassie ma anche un po’ dell’amor proprio di Maddie. Si tratta di tanti tasselli che si congiungono per arrivare a realizzare un ritratto decadente della generazione Z, sempre più fluida e adirezionale. Ma l’immagine finale a cui questa serie aspira non è unilaterale, quasi come un’opera cubista, Euphoria esplicita le mille sfaccettature dell’ingranaggio umano.

In un periodo storico costellato da ingiustizie sociali e crisi di ogni tipo, in cui si respira fragilità, paura, confusione, insicurezza, questa serie tv ci fa sentire meno soli ma ci fa anche porre domande. L’intento non é puramente didascalico: non si vuole lanciare alcun messaggio in particolare; ma come ogni grande e vero prodotto artistico che si rispetti, ci spinge alla contemplazione, a riflettere su chi siamo, a confrontarci con i lati più nascosti della nostra emotività, a interrogarci su cosa e come lo proviamo.

Non dico che si tratti della trasposizione in teen fiction dell’avventura di Antonioni o della Grande Bellezza sorrentiniana, ma la reputo a suo modo un’opera d’autore e in quanto tale credo che sia riuscita a far valere i suoi canoni, ma soprattutto i suoi intenti estetici, morali e sociali, mettendo in scena un dramma corale postmoderno e rendendo leciti i mostri che lo animano.
In questo scenario l’unica salvezza proposta è la poesia che fa vibrare l’anima di tutto ciò che ci circonda, l’unica ancora in un mondo di illusioni. A questo proposito, nell’episodio speciale dedicato a Rue, la cui struttura è dominata dal dialogo tra lei e il suo sponsor Ali -colui che la aiuterà a disintossicarsi- ci tengo a focalizzarmi su un consiglio dalla portata spirituale che quest’ultimo da alla protagonista ovvero:

‘E’ imperativo che tu creda in qualcosa più grande di te, e non può essere l’oceano o la tua canzone preferita, non può essere il movimento, o le persone, o le parole; tu devi credere nella poesia perchè tutto il resto nella tua vita di deluderà, compresa te stessa’.

Euphoria è un elogio all’arte in ogni sua forma e linguaggio, celebra la fragilità umana e tutte le complessità e divergenze morali che ne derivano. A tratti si fa scomoda e ci prende a schiaffi il cuore con le sue immagini crude; ma è lo specchio dell’esistenza di ognuno di noi, imprevedibile, a tratti difficile da leggere ma, pur sempre, un sogno ad occhi aperti.

Un pensiero riguardo “Perché Euphoria parla a noi e di noi

  1. Molto interessante! La serie non la conosco, ma sono molto incuriosito ed attratto dal racconto. La vedrò appena possibile.

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