Febbre da monotonia

Con la testa affondata nel cuscino non posso che fissare il bianco sterile del soffitto della mia camera da letto e le tristissime pieghe delle lenzuola grigie che mi avvolgono disordinate. Forse fino a due giorni fa non le consideravo tristissime, e tanto meno le consideravo tali quando le ho acquistate prima della mia partenza per Modena.

Sarà che preferisco vedere quello che vedo tutti i giorni: la gente – come sono diverse tra loro le persone- i fiori variopinti allestiti per i mercatini nelle vie del centro storico, il sole che incredibilmente splende già da una settimana, e i caratteristici colori caldi delle facciate delle case. Credo solo di essermi stufato di queste lenzuola grigie e della monotonia alla quale sono condannato già da due giorni.


Sento la testa pesante; ho caldo e freddo allo stesso tempo- come è possibile tremare e sudare nel medesimo momento? – mi sforzo a non tossire ma sento la gola in fiamme. La situazione è resa ancora più frustrante dal fatto che non ho la più pallida idea di cosa ho. Avrò il Covid? Boh, l’ho già contratto (esattamente un anno fa a quest’ora, tra l’altro) ed ero completamente asintomatico.

Nel dubbio ho un tampone rapido comprato all’Esselunga dalla mia coinquilina. Mi aspetta sul tavolo della cucina. Io però, non ho la forza di alzarmi e verificare se è il virus quel figlio di puttana che mi tiene ancorato in questo letto a far nulla. Avrò giusto la febbre a 37.1 e sono solo inutilmente catastrofico? Starò alimentando l’ancestrale stereotipo secondo il quale se una donna s’ammala affronta tutto quel che ne consegue, magari cercando di portare avanti la sua routine giornaliera, mentre l’uomo si comporta come fosse moribondo? Non posso escludere neanche questa ipotesi: da bravo fuorisede non ho neppure un termometro.
Cerco di ascoltare il mio corpo, capire a cosa possono appartenere questi sintomi, finché non chiudo gli occhi e mi addormento improvvisamente. Assecondo la mia stanchezza, non ho chiuso occhio tutta la notte. Scandisco con il mio respiro affannato i pomeriggi che trascorrono inesorabili. Ogni tanto mi sveglio nervosamente, succhio delle disgustose caramelle balsamiche al miele. Ma sono commestibili? Che schifo. Ma poi perché sanno di caffè? Io il caffè nemmeno lo bevo. Va be’. Queste caramelle sono subdole: inizialmente ti danno sollievo, poi ti lasciano la bocca impastata ed appiccicosa. Devo bere e poi bere ancora. Cazzo, sto finendo il bicchiere d’acqua che ho sul comodino. Mi dovrò alzare, andare in cucina e riempirlo per mantenere la gola idratata. Ma chi si alza in queste condizioni? Non mi sono alzato neanche per mangiare. Sono le cinque di pomeriggio e non ho ingerito nulla che non fosse la compressa di una medicina alla quale, rassegnato, affido le mie speranze di star meglio. Proprio io, che ho sempre fame. Proprio io che mangio senza ritegno, a tutte le ore, in tutte le condizioni atmosferiche. Proprio io che con ogni probabilità a quest’ora starei mangiando voracemente, direttamente dalla pentola, la pasta avanzata da pranzo. E invece ho lo stomaco chiuso, non ho neanche voglia di muovere la mandibola per masticare.

Annoiato, accendo la tv ma non c’è niente che mi interessi: televendite, bombardamenti mediatici sul Covid e sulla guerra, il boss delle cerimonie, piedi al limite. Accendo il computer e niente. Che cosa l’ho acceso a fare, non lo so manco usare e non ho il wi fi. Accendo il telefono, apro le note e scrivo questo sproloquio.


Non ho proprio un cazzo da fare.

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