Soli e non pensosi

Soli e non pensosi non misuriamo i nostri deserti e corriamo sempre più soli. La solitudine è una condizione umana che forse non si è più abituati ad accettare o che forse si banalizza così tanto interiormente da far finta che non esista, data la troppa normalità di essa. Si vive in un mondo, in una realtà che si confonde continuamente: quante realtà esistono?


E’ come se l’uomo fosse frutto di tre realtà diverse: la realtà fisica, l’interiore e quella virtuale. La realtà interiore è lo specchio della realtà fisica e continua ad esserlo per una questione di meccanismi umani, ma bisogna chiedersi se oggi questo specchio non sia contaminato dalla realtà virtuale, divenendo ritratto anche di essa.
L’uomo riflette la propria immagine e la propria idea di sé in uno specchio che inganna, in uno specchio a due strati. Lo strato superficiale è il creatore dello stratagemma umano più soffocante, poiché è lo specchio della realtà virtuale, è illusione.
L’illusione virtuale porta ad un’esaltazione sconsiderata ed esagerata del proprio io, che l’uomo confonde troppo spesso con il concetto di identità. Lo specchio superficiale rende l’essere umano potente, sicuro e perfetto, il tutto su basi consolidate: le basi del nulla. E’ sulle basi del nulla che l’uomo si specchia e continuerà a specchiarsi, attraverso questo strato si piace, si esalta e si autoelogia.
Il “grande” uomo riflesso si trasformerebbe in un uomo piccolissimo se potesse specchiarsi e vedersi dalla parte di strato relativa alla realtà fisica, quella vera, mostrata dallo strato interno. E’ un uomo microscopico, rannicchiato ed insignificante nella sua solitudine, non si piace.

Nell’ultimo periodo non è stato volutamente riutilizzato il condizionale, poiché ciò che è scritto è la vera espressione di realtà; nel periodo precedente vi è il tempo verbale sovrano delle condizioni, poiché gli specchi a due strati non esistono.
L’uomo può riflettere la sua immagine una sola volta ed è così che l’interiore e individuale realtà introspettiva si banalizza, diventando specchio di una malvagia illusione. Non ci si può e non ci si sa più specchiare attraverso lo strato più vicino a noi stessi, poiché è celato da un’immagine che si è costruita nel tempo.
Lo strato nascosto diviene uno specchio rotto, i cui pezzi taglienti lacerano l’animo, facendo sì allo stesso tempo che l’uomo “immenso” in cui ci si riflette diventi ancora più grande e maestosamente felice.


Si vive in un decennio di contraddizioni, così proiettato verso il futuro e allo stesso tempo retrogrado; in cui ci si batte concretamente per la libertà senza realizzare di essere imboccati da censori di pensiero.
Si è avverata nel tempo la “previsione” di Leopardi e la sua concezione di progresso, concetti antichi ma sempre più attuali, se non fosse che l’uomo moderno non sa associarli e di conseguenza non può attuarli. Sono concetti chiave relativi al progresso tecnologico che oggi è più che avviato, ma vi è la presenza del progresso etico di cui parlava Leopardi?
E’ il solo progresso etico figlio del pensiero libero che può portare stabilità nel progresso tecnologico, ma quest’ultimo è stato avviato senza le corrette condizioni e la disparità tra le due tipologie di progresso sarà per questo sempre maggiore, causando nell’uomo un circolo vizioso che lo schiaccerà sempre di più, facendo sì che l’essere umano sia vittima della sua stessa ingegnosità.
Per essere al pari del progresso tecnologico si dovrebbe fare un enorme lavoro sulla propria interiorità, lavoro che sarebbe dovuto essere la condizione necessaria iniziale e che, sia per comodità sia perché ormai incastrati nel vortice illusorio della tecnologia, adesso più che mai si tende a ignorare e a non affrontare.
I deserti campi che Petrarca andava misurando con passi tardi e lenti sono spariti e non nel nulla: sono ora i pezzi taglienti dello specchio non visibile, a noi non percepibili a causa dello specchio illusorio che adoriamo e adoreremo, finché non ingloberà l’immagine dell’uomo grande che conferisce in noi tanta sicurezza. D’altronde il meccanismo di comunicazione umano è così doloroso e il codice di linguaggio così complesso, che l’uomo nella sua più profonda e malinconica dimensione non può che sentirsi solo e non capito. I social sono forse la dimostrazione del fallimento di un’analisi “naturalista” portata agli estremi in cui, applicando processi scientifici e tecnologici a un qualcosa di così complesso come i rapporti e le relazioni, ci si può solo discostare dalla realtà rinchiudendosi in una dimensione finta, quasi favolistica, in cui ci si sente sicuri. E’ tutto frutto della non consapevolezza che crea altra non consapevolezza, come quando in antichità gli uomini, non sapendo rispondere a domande complesse, inventavano miti e si sentivano confortati da quelle illusorie risposte, lontane dalla realtà.


I poeti maledetti, uomini la cui vita fu spesa alla ricerca di un senso e di risposte introvabili, sono noti per il loro atteggiamento di sregolatezza nei confronti della ricerca di un appagamento che non si riesce a raggiungere per via razionale. L’inquietudine diventa la cifra della loro esistenza ed è così che, data l’impossibilità di dare risposta a quesiti riguardanti l’esistenza e la vita, provare ogni tipologia di esperienza come alcol, droghe e altri paradisi artificiali diventa un’occasione (che si rivela fallimentare) per trovare ciò che si ricerca, per cercare di colmare un senso di mancanza interiore. La loro libertà apparente cela un’evidente lacerazione interiore, tipicamente umana, che si manifesta attraverso ribellione e atteggiamenti estremi, ma soprattutto ricerca di “pace” nei dei “paradisi”.
Forse l’uomo sente il bisogno di rifugiarsi in una realtà in cui trova un appagamento apparente: si sente di avere un controllo che non si ha e ci si sente di essere come non si è. L’uomo nasce libero, ma il suo limite mentale lo fa sentire in gabbia ed è attraverso fughe mentali che egli rincorrerà riposte illusorie, con la speranza di poter evadere dalla sua prigione naturale: la mente.
Egli si sente protetto nella sua dimensione virtuale, ma il problema del suo attaccamento alle illusioni è il suo non saperlo distinguere dal vero. Per Foscolo le illusioni sono strumenti incitatori di azione, per Leopardi compensatrici di un piacere insoddisfatto per natura, ma quest’ultimo fa una netta distinzione tra realtà e mondo dell’immaginazione e oggi non si può dire lo stesso dell’uomo moderno. E questo disastroso processo in che contesto è calato? In un contesto frettoloso in cui la pausa è così insignificante da non avere una connotazione.
Si è schiavi di una censura di pensiero creata dagli uomini stessi, corridori in una società lavorativa e competitiva che porta ad essere così evoluti e così retrogradi, omologati per via di un processo che rende la nostra situazione ingannatrice, poiché si sente così proprio il senso di identità che non ci si rende conto di averlo completamente perso. Il pensiero non è libero e la cosa peggiore è non saperlo comprendere, poiché in altri tempi la censura era data da dogmi e leggi, e invece oggi la libertà è un tema centrale che rimane teorico sotto i nostri occhi e il sistema si prende gioco dell’umanità che si sente padrona. Quel controllo che si pensa di avere è lo stesso controllo che elogiava il positivismo, ma questo progresso ha portato l’uomo alla felicità?
No, l’uomo, per natura infelice, oggi lo è ancora di più, poiché in competizione con una realtà ovattata da lui stesso creata, a cui aspira ma a cui non potrà mai arrivare.


Ed è così che l’uomo, non avendo tempo per l’introspezione, è divenuto analfabeta di pensiero e esaltatore di se stesso, è vittima di un meccanismo da lui stesso intrapreso, adesso molto più grande di lui, è rimpicciolito dalla propria ingegnosità e allo stesso tempo dalla propria stupidità. Nel tempo non si è mai dato il giusto valore alla complessità umana e si è caduti in errore cercando di semplificarla; in questo si è sciocchi, poiché l’uomo dall’origine dell’esistenza continua a inciampare negli stessi meccanismi e, continuando a cadere, non impara niente.
Insegue i suoi desideri e non accetta di non poterli soddisfare, preso dalla sua ingiustificata ma naturale frenesia di vita che non gestisce con atteggiamento titanico, ma con banalità, rimanendo un piccolo essere complicato che considera se stesso vincitore, è uno stolto che elogia ciò che non ha, sfociando nel ridicolo. La nobiltà d’animo e la capacità autonoma di pensiero sono state impropriamente rimpiazzate con valori finti appartenenti ad una dimensione idealizzata.


Ed è così che, soli e non pensosi, continuiamo ad ostentare felicità e corriamo con pezzi di vetro incastrati nel nostro fragile animo.

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