Is it better to speak or to die? É forse meglio parlare o morire?

Marzo 2018, ho tredici anni e m’imbatto per la prima volta nel film “Chiamami col tuo nome”, lo vedo. M’innamoro follemente di Timothée Chalamet. Spengo il Computer. Lo rivedo. Spengo il computer. Lo rivedo con i miei amici. Torno a casa. Finisce nel dimenticatoio della mia mente.


Marzo 2022, ho il Covid. È l’una di notte. Annoiata e con gli occhi pesanti scorgo tra i “Ludovica, continua a guardare” di Netflix il film di cui è protagonista la mia cotta del 2018. Elio, Oliver. Nord Italia, estate 1983. Mi rinnamoro della bravura di Timothée Chalamet. Scenari mozzafiato, sentimenti contrastanti. La tipica estate italiana, il dolce far niente. Elio capisce di aver iniziato a provare qualcosa per Oliver. Pioggia. La madre di Elio (interpretata da una meravigliosa Amira Casar) gli chiede “is it better to speak or to die?” (“È forse meglio morire o parlare?”), una citazione dalla traduzione tedesca dell’Heptaméron di Margherita di Navarra. Vi starete chiedendo chi sia. Non ne ho la più pallida idea. Una poetessa dimenticata dal mondo, nata lo stesso anno della scoperta dell’America che,ironicamente, mi ha stravolta con una frase.
Fine, spengo tutto, non so che dire, non so se ho veramente sonno o se mi sto imponendo di andare a dormire. Penso decisamente troppo. Sembra fatto apposta. Tempismo perfetto Netflix!
Assurdo. Solo quattro anni prima non avevo realizzato la bellezza e l’efficacia di una battuta così semplice, sussurrata con un filo di voce, impalpabile, impercettibile quasi all’orecchio. Forse ero troppo piccola, forse ero ammaliata dalla bellezza dell’attore, o forse era il destino a volere che Ludovica, a diciassette anni e nel periodo più difficile della sua vita, finalmente sentisse quelle otto parole.
E da allora non faccio altro che pensarci. Mi tormenta. Il mio essere bilancia ed estremamente indecisa di sicuro non aiuta. Parlo o non parlo, dico tutto o sto zitta, i miei problemi sono piú grandi di quelli degli altri? No, non lo sono. Sí, lo sono. No, sono uguali, ognuno elabora le difficoltà a modo proprio.


Va bene mi butto. Ma cosa dici? Sei forse impazzita? Non hai paura? Forse dovrei smettere una volta per tutte di averne. O forse no. Non si è mai troppo grandi per non avere paura.
Come si risponde ad una domanda del genere? Non so darmi una risposta, sinceramente. Giochiamo a “preferiresti”. Preferiresti dire la verità ed esternare tutto ciò che provi o lasciare che quella stessa verità ti logori, giorno dopo giorno, non permettendoti di provare il tuo piacere più celato, di realizzare il tuo desiderio più recondito? Preferiresti mostrare il vero te stesso con il timore di perdere qualcuno, di non piacere o pretendere di essere qualcuno che non sei?
Preferisco parlare, mi dico eppure certe volte parlare non mi ha salvato dalla morte. Ho parlato e niente è andato secondo le aspettative, ma in cuor mio sapevo di aver fatto la cosa giusta. Almeno sono morta per qualcosa in cui credo. Se parlo prima o poi qualcuno mi ascolterà, qualcosa deriverà dal mio parlare. L’attesa di quel momento e ciò che può scaturirne sono un peso così pesante che morire sembra essere la scelta relativamente migliore. È meglio scomparire. È meglio parlare. Nasciamo nel silenzio, moriamo nel silenzio, perché ostinarsi a vivere nel silenzio?
Alla fine chi te lo dice. Chi ti dice che non sei amato, apprezzato, ammirato. Parla.


È così facile dire che è meglio parlare, ma quanti hanno veramente il coraggio di farlo?
Parla come se valesse la pena morire.
Ecco perché amo, adoro ascoltare. Mi compiaccio. Posso dire egoisticamente che mi sento meglio ad ascoltare tutto e tutti.
Non prendetemi per impicciona, non lo sono, ma le persone (almeno credo e spero) trovano conforto nel confidarsi con me. Io amo immedesimarmi, amo dare consigli e soprattutto amo farmi carico dei problemi altrui. Perché i miei non sono mai abbastanza. Quindi, invece di parlare, ascolto. Sarà questo morire?
Rifletto, rifletto e rifletto su queste parole e anche questo che scrivo ora mi sembra un flusso di coscienza non richiesto nemmeno da me stessa.
Ho trascorso talmente tanti anni nel mio morire metaforico che ora non so se sono riuscita a cogliere la bellezza dell’essere pienamente, a tutto tondo.
Resoconto della mia vita? Sono cresciuta, ma non so se ho mai imparato a parlare. Forse l’ho appena fatto.

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