Nella mia ora di libertà

La vita in carcere come negazione di sé stessaCap.1

Il presente delle mille voci, delle propagande securitarie e della mobilitazione social(e) è vetrina di un mondo che mai come ora richiede bocca per parlare ed orecchie per sentire. L’evoluzione tecnologica porta con sé un’innovazione, in primis di stampo comunicativo, avvalendosi di svariati strumenti di inclusività a fronte di un campo d’azione che si estende su tutto il globo terrestre.
Tutto ciò risulta funzionale anche grazie all’eterogeneità delle voci in campo, dunque alle singole individualità di tutti noi, che mai come oggi riusciamo a decorare ed estetizzare forti di una libertà di espressione senza pari.
E questo vale per tutti, o quasi: esistono luoghi, infatti, dove questa individualità viene assorbita e successivamente negata a chi è costretto a saldare il proprio debito sociale con la detenzione. Sono le realtà penitenziarie che si elevano a regni di disciplina e rieducazione, dove la legge si manifesta in tutte le sue contraddizioni senza degnarsi di mostrare il suo volto davanti ai suoi ospiti. Le carceri potrebbero essere immaginate come l’angolo celato dove le minuscole particelle di polvere si ammassano per creare un coacervo di sporcizia, lì dove un reietto diventa tale non per modo di vivere ma di sopravvivere.

Non esiste coscienza collettiva nella quale un detenuto riesca a riconoscersi che non sia quella di appartenenza ad un passato ormai trascorso, trascinato dal ricordo ma destinato col tempo a svanire flebilmente. E’ bene ricordare in questo caso che il fine ultimo degli istituti penitenziari è quello di riformare nell’animo e nel comportamento il detenuto, accompagnandolo in un percorso di espiazione della colpa tramite lo sconto di una pena. Ma come fa un detenuto a concentrarsi sul male da lui perpetrato in passato se quotidianamente, tra le sbarre, è solito ricevere lo stesso male se non in maggior misura? C’è il rischio che dal sentimento di espiazione si passi a quello d’innocenza, come conseguenza tragica di un trattamento che ancora una volta si discosta da ogni forma di giustizia.

Il lavoro da attuare affinché questo non accada è lungo e richiede un impiego di forze non indifferente: la presenza più centralizzata di operatori pedagogici ad esempio, una maggiore flessibilità della pena, ma soprattutto l’espansione di misure di detenzione alternative.
Non è un caso che i detenuti integrati in attività rieducative (teatro, pittura ecc…) sono meno inclini al ricadere in atteggiamenti criminosi una volta fuori dal carcere. Eppure i dati ci dimostrano come soli 50 detenuti su 1000 sono avviati a questo tipo di attività. E’ indubbio come un abbattimento significativo della recidiva possa risollevare le speranze (di noi tutti) in un sistema che è ancora vittima di problematiche culturali ed endemiche non indifferenti.

Perché un sistema carcerario marcio, a lungo andare, potrebbe rivelarsi un problema per tutti, sia per chi è stato privato della libertà, sia per chi ne verrà privato in futuro.

Già nel 2019, come redazione di ParolAperta, muovevamo le nostre prime critiche al meccanismo carcerario italiano, delineato già ai tempi come un sistema corrotto nella sua teoria ed incostituzionale nella pratica.
A distanza di qualche anno proviamo a riprendere quella che è la nostra collaborazione ad una causa che merita sempre più risonanza, spinti da quel sentimento liberale dell’essere un non-giornale distante da ogni convenienza ed opportunismo tipici dei mass-media.
Ed è proprio il compito di questi ultimi che viene meno quando si tratta di diritti dei carcerati piuttosto che dell’intero apparato penitenziario italiano. La narrativa proposta dai maggiori siti d’informazione si presenta come una bolla speculativa dove il detenuto è trattato come merce di scambio nel vasto mercato della strumentalizzazione. In termini di risonanza, infatti, non sono le manifestazioni pacifiche o l’istituzione di nuove associazioni a ritagliarsi spazio nei palinsesti televisivi e non, bensì le rivolte violente, gli scandali e i drammi a richiamare le attenzioni della società sui propri scheletri nell’armadio.

E questo si rispecchia -quasi per paradosso- anche all’interno degli istituti dove i detenuti sono atti a compiere gesti eclatanti come autolesionismo e tentati suicidi pur di attirare attenzioni e ricevere cure mediche appropriate: sono moltissimi i casi documentati in cui, in assenza di personale medico adeguato, ai detenuti con disagi fisici, anche importanti, vengono prescritti antidolorifici generici e talvolta scaduti.

”La lotta al crimine diventa uno scenario eccitante, la cui spettacolarità conta più dell’efficacia. L’effetto complessivo è che la paura cresce di continuo.” da il Carcere Oggi.

Sono tantissimi gli esempi di strumentalizzazione isolata e lucrativa: dal caso Torreggiani, passando per la tragica morte di Stefano Cucchi, fino ad arrivare agli eventi animaleschi di Santa Maria Capua Vetere dell’aprile scorso.
La freddezza che ho usato per elencare, senza soffermarmici, i fatti di cui sopra come fossero miseri eventi cronologici -e non come atroci sospensioni dei diritti umani- è la stessa con la quale viene trattata l’intera crisi strutturale delle carceri e dei carcerati dalle maggiori testate.
Come già chiarito in partenza, però, lo scopo di queste parole che state leggendo è d’introduzione ad un percorso che si promette di analizzare e narrare l’intera situazione carceraria, a tempo debito quindi ci sarà spazio per tutto.

Verranno affrontati temi diversi ma complementari sotto diversi punti di vista e di studio, avvalendoci di interventi e contributi per sentire le storie di chi da anni combatte per i diritti degli ultimi, come i membri di ‘Associazione Antigone‘, ‘CRIVOP’ o ‘Il Girasole‘.
Presteremo parecchia attenzione alla sofferenza psichica che i detenuti sono costretti a sostenere giorno dopo giorno, scavando in quella che è la preoccupante situazione dei suicidi tra le sbarre (in Italia, nel solo 2021, si è raggiunta la soglia di 61 decessi -ottavi a livello europeo- nel 2022 ne contiamo già 17).
Sempre da un punto di vista sociologico proveremo a delineare i caratteri criminosi che la società impone ai detenuti, della stessa concezione di tortura dell’uomo sull’uomo e dei danni collaterali che la detenzione ingiusta arreca all’individuo. (sempre secondo il rapporto “Space I”, infatti, i detenuti in attesa di sanzione definitiva rappresentano il 31% del totale, quasi un terzo di potenziali innocenti in custodia cautelare è un dato raccapricciante).

Nel 2019 scrivevamo: ‘.. appare evidente come nell’atto di definire la criminalità svolga un ruolo centrale la classe politica, i cui sceneggiatori tendono a rappresentare il mondo come suddiviso tra criminali e custodi dell’ordine. Di conseguenza la vita umana naviga nella stretta gola tra la minaccia di subire violenza e la necessità di attaccare chi potenzialmente porta l’attacco..’.

Già ai tempi si provava a mettere un punto sull’effettiva competenza degli organi politici in merito, figure permeate da quella gerarchia del potere che viaggia sull’onda di una ‘politica a costo zero’ che vede nell’inasprimento delle pene una soluzione economica e nociva. Ma in questo gioco delle compensazioni, dove diminuiscono gli ingressi in carcere e si innalza la durata delle pene, hanno responsabilità gli stessi giudici che, a parità di reato, tendono ad assegnare sentenze più lunghe, noncuranti (o presunti tali) di contribuire all’annosa problematica del sovraffollamento.
A conti fatti, è proprio il sovraffollamento il punto nodale in cui si concentrano tutte le disfunzionalità pratiche del sistema carcerario. Ognuno dei problemi descritti fino a questo punto alimenta ed esaspera il dato percentuale più inquietante di tutti: d’altronde dove c’è mancanza di spazio c’è mancanza di diritti.
Sempre dal rapporto ‘Space I’ è emerso come in Italia si sfiori il 105% di affollamento (in una situazione peggiore troviamo solo Belgio, Turchia e Romania) in virtù dei quasi 55.000 detenuti a fronte di poco più di 53.000 posti disponibili.
I dati però sono troppo spesso cinici, freddi e necessitano di un’analisi approfondita ed un filtraggio adeguato, come la distinzione da struttura a struttura, le diverse tipologie di reato così come i diversi parametri di detenzione.

Anche questo farà parte del progetto che ci impegniamo a portare avanti nella rubrica in itinere, mossi dalla volontà d’informarsi ed informare con coscienza e responsabilità, facendo della collaborazione e dell’inclusione i caratteri fondanti di questo giornale.
Con questa convinzione proviamo a narrare le disonestà del potere, questa volta partendo dalle carceri, laddove esso si manifesta in tutta la sua massima espressione su menti e corpi dei detenuti, con azione, reazione e tanta violenza.

#ParolApertaCarcere.

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