Non voglio amore, voglio onore

Durante i titoli di coda, Alessia mi guarda con occhi lucidi ed esclama «Non può morire!».

La morte di Amleth in ‘The Northman’ devasta lei e fa sorridere me, perché tutto è compiuto: come ogni gesto eroico, quando questo avviene, arriva la ricompensa che non è l’amore, la famiglia o una casa con un giardino, ma non è altro che la visione del Valhalla, cui il nostro protagonista sta per approdare.

Nella mitologia norrena, il Valhalla (nor. Valhöll “aula dei prescelti”) è una sala situata ad Ásgarðr, il pantheon divino governato da Odino, re degli dèi: quando un norreno moriva in battaglia si dirigeva nel Valhalla, accompagnato dalle valchirie (nor. Valkyrja, che è formata da due parole: il sostantivo vain “i guerrieri caduti in battaglia” e il verbo kjósa “scegliere”; valchiria dunque, significa “colei che sceglie i guerrieri caduti in battaglia”). Una volta giunti nel Valhalla, i morti si riunivano insieme ad Odino per prepararsi agli eventi del terribile Ragnarök (nor. Ragnarǫk “destino degli dèi”), ossia la famosa battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos, nella quale sarebbe avvenuta la morte di importanti personaggi del ciclo mitologico, tra cui lo stesso Odino. Proprio a causa di questo evento memorabile, gli uomini che si erano distinti in vita per la loro dedizione nelle azioni belliche dovevano necessariamente rientrare in questa “sala d’attesa”, aspettando il loro destino.

Il destino, però, non si evince durante gli ultimi sospiri in vita del protagonista. Proprio come per Achille nell’Iliade, ogni scena ricorda e avverte che il destino di Amleth è già stato scritto e non si può arrestare.

Simile nella preghiera di morte, in The Northman (film del 2022 diretto da Robert Eggers) Amleth ripete “Ti vendicherò, padre. Ti salverò, madre. Ti ucciderò, Fjolnir” e non c’è spazio per nient’altro: le Norne non lo permetteranno. Il termine “Norna” deriva dall’antico norreno Norn che significa “colei che bisbiglia un segreto o comunque il futuro”, infatti queste rappresentano le dee del destino e l’incarnazione di un fato ineluttabile che tutto sovrasta, uomini e dèi.

Ma sono davvero loro le burattinaie?

Così come le Parche romane nell’opera omerica, le Norne tessono il filo del destino dell’eroe: ma se Achille e Amleth sono entusiasti di morire per la gloria eterna, e per una vendetta tardiva, un altro eroe della cinematografia contemporanea si fa spazio come un “brutto anatroccolo” per rovinare questo quadro sacro.

In The Green Knight (pellicola del 2021 del regista David Lowery), Gawain si ribella al suo destino e sceglie l’ozio, la famiglia e la libertà di poter essere “solo un ragazzo”. Ispirato al poema cavalleresco “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, il film narra della sfida farsesca lanciata da un misterioso Cavaliere Verde, il quale irrompe alla corte di Artù e afferma che chiunque fosse stato in grado di sferrare un colpo su di lui avrebbe vinto la sua ascia verde. Ma ad una condizione: il vincitore dovrà anche recarsi alla Cappella Verde, il Natale successivo, e ricevere un colpo uguale. Un regalo di Natale diverso dal solito, che offrirà a Gawain prima l’onore e poi la tragedia: il giovane, per goliardia, taglia la testa del suo sfidante, ricevendo per un anno intero elogi dalla comunità e dalla sua famiglia. Inoltre, otterrà l’amore della sua amata e un anno da eroe che però è solo in “affitto”: Gawain arrivato dicembre, non vorrà più affrontare il suo destino ed infatti farà di tutto per sviare l’incontro fatale. Anche inginocchiato davanti al Cavaliere, si ritrarrà più volte, evitando il colpo, perché non è questo che vuole, non è il destino che ha scelto per sé stesso.

Così, la sua immaginazione accelera fino a creare un futuro che crede di meritare: sarà finalmente re di Camelot dopo la morte dello zio Artù; sposerà una donna nobile e bellissima; sarà elogiato con doni e appagamenti. Allo stesso modo, in punto di morte, Amleth immagina il suo futuro, il suo destino: le porte del Valhalla e Olga, trasformatasi in valchiria, che lo trasporta sopra il filo con inciso il suo nome, intrecciato dalle Norne. Ma come tutti i fili anche questo è fragile e precario.

J. D. Salinger ha condotto la sua intera esistenza con un mantra dannato che gli pulsava costantemente nella testa: “Pubblicare è la vita”, un’analogia diretta con il voler essere ricordato negli anni e il far sì che i cantori narrino le gesta dei nostri eroi. I suoi libri lo hanno reso immortale, ma a che prezzo?

L’immortalità deriva dalla gloria e, in vista di ciò, Achille e Amleth, nonostante siano stati avvertiti per tutto il tempo (Teti nel primo caso e le Norne nel secondo), continuano la ricerca della vendetta personale, stimolo per continuare a correre verso le porte del loro “paradiso”. Ma Gawain? Egli riceverà il futuro quieto che gli spetta: tornerà a casa incolume, nulla gli accadrà (essendo un gioco organizzato dalla madre Morgana, sorella e nemica di Artù), ma sarà costretto ad indossare la cintura verde, realizzata dalla madre, come segno di vergogna per la sua incapacità nel non essere riuscito a morire. Ottiene la vergogna, ma anche la vita e con essa l’amore, due elementi cruciali per noi esseri umani, ma futili velleità per eroi greci e norreni.

A che prezzo il Valhalla e i Campi Elisi possono essere l’unico obiettivo a cui aspirare? Abbiamo detto che raggiungere la gloria eterna e il ricordo perpetuo è tutto ciò che conta, ma anche Gawain verrà ricordato per sempre ad un prezzo minore rispetto ai due vendicatori. Il sangue può essere sostituito dalla cintura verde oppure siamo destinati a combattere, senza fermarci, e ad essere quello che vogliamo e non quello che gli altri si aspettano da noi?

Gawain è un uomo, mentre Achille e Amleth rimangono un “Pinocchio” che deve sottostare ai capricci divini: la sua vita, e con essa il suo destino, diventa scelta e riscrittura giorno dopo giorno, mentre i nostri eroi mitologici sono soggiogati dai giochi degli dèi, perché non esiste niente di più “alto” che la volontà di questi ultimi. Così, Gawain è davvero la “pecora nera” in questa comparazione? A mio parere no, trattandosi di un uomo con vizi e virtù: egli è reale, corrotto ed imperfetto come noi, al contrario di Achille ed Amleth destinati ad essere immortali, ma intrappolati nelle belle storie da raccontare intorno al fuoco.

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