Nel nocciolo di una pesca

A volte penso di aspettare l’estate solo per la frutta di stagione per cui provo un amore indefinibile: le ciliegie, le nespole in particolare, la albicocche, ma soprattutto le pesche.
Qualche anno fa ne mangiai una, come capitava sovente. Solerte mi accinsi a finirla con le mani madide di quel succo di cui era bagnato anche il fazzoletto che stringevo nel palmo per non sporcarmi. Intanto ero sceso per suonare il pianoforte che ho sotto la scala, in quel mio bugigattolo dove posso rifugiarmi in solitudine. Avevo un bicchiere e l’acqua, per essere sicuro di rimanere idratato. Finita la pesca misi il nocciolo nel bicchiere per non dover fare di nuovo le scale, sicuro che una volta andato via lo avrei portato al piano di sopra per buttarlo.

Lo dimenticai lì per giorni, finché tornando non scoprì che era uscita la muffa e intanto erano spuntati dei vermi dal nocciolo. All’inizio ne fui disgustato, ma fermandomi un attimo, quell’immagine mi fece iniziare a riflettere. Quel mondo così piccolo era per loro il loro mondo, e quel poco bastava loro. Io invece, che a disposizione ho la Terra intera, spesso non sono mai contento. È ironico.
Penso che alla fine quel verme nel nocciolo di una pesca, lo sono un po’ anche io, a strisciare sempre nelle stesse vie, compiendo ogni volta il medesimo giro e soddisfacendo ogni misero desiderio che in verità non fa altro che prolungare l’agonia.
Ma quanto ancora io non conosco e non considero?
Quello che prima bastava, appare ora così piccolo e insignificante. Io tremo, soffro e sono impaurito, ma al contempo fremo dall’entusiasmo.

Il dolore, per cui, è forse necessario? Se non ci fosse un vuoto esisterebbe qualcosa con cui riempirlo? Senza una depressione l’acqua uscirebbe dal rubinetto o l’aria attraverserebbe mai e nutrirebbe i polmoni e il corpo intero? Allora io dico di soffrire e di piangere, di sentirsi vuoti e dilaniarsi dal dolore, vorrei che tutti conoscessero l’angoscia di non conoscere, perché è così che inizierebbe la ricerca.

Ormai i desideri sono demodé. Perché per desiderare ci vuole coraggio. In quest’epoca in cui dalla nostra comodità giudichiamo chi si mette in gioco, abbiamo il terrore di renderci conto che chi siamo e cosa abbiamo possa non soddisfarci. Forse, però, è meglio essere felici che contenti, perché la felicità non la si ottiene accontentandosi di ciò che si ha, ma lavorando per ciò che si vuole.

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