Gente che va a Giffoni – Seconda parte

Avete presente quella canzone del vostro album musicale preferito a cui siete particolarmente legati e che ogni volta che la ascoltate smuove in voi un qualcosa che rende impossibile mandarla via dalla testa? Ecco, Giffoni è un po’ quella canzone: la si può riprodurre più e più volte ma resta unica ad ogni suo ascolto. Chi non è mai stato a Giffoni, per quanto possa sforzarsi di comprendere i principi del festival, è difficile che riesca a percepire il brivido, l’euforia e l’energia del vivere i dieci giorni del Giffoni. Spettacolo, musica e ogni tipo di intrattenimento si intrecciano dando letteralmente vita ad un festival poliedrico. Questa poliedricità si respira soprattutto nelle sale cinematografiche di Giffoni. Ecco, forse non sono poi necessari ottanta giorni per fare il giro del mondo come raccontava Jules Verne, basta venire a Giffoni e in soli dieci giorni si incontrano volti, lingue e culture di tutto il mondo. Le sale diventano il posto più frequentato da noi giurati in cui tra le varie attività, tra cui incontri e workshop con attori, registi e sceneggiatori, assistiamo alle proiezioni dei film in concorso e ne discutiamo, talvolta anche con coloro che hanno partecipato alla loro realizzazione.

Quando dico che qui è possibile fare il giro del mondo, non esagero. I film spesso provengono da tante nazioni diverse (Giappone, Australia, Brasile, Danimarca, Romania, giusto per nominare alcuni dei paesi di produzione dei film di questa edizione) e ovviamente noi spettatori ogni giorno ci caliamo nelle loro storie, nella mentalità e nei costumi di popolazioni talvolta anche molto diverse dalla nostra.

L’aspetto ancora più interessante è che questi film trattano tematiche che seppur comuni, vengono affrontate da punti di vista a cui forse non siamo neppure abituati. Ad esempio, nella cinematografia il tema delle dipendenze è più volte ripreso ma raramente mi è capitato di osservarlo da più prospettive, come invece è stato fatto da Jamie Sisley, regista di Stay Awake. In questo film, la dipendenza non è vista dagli occhi della tossicodipendente Michelle, bensì da quelli dei figli Ethan e Derek che si prendono cura di lei. Spesso capita che questo argomento venga trattato soltanto nell’ottica del tossicodipendente che veste i panni del protagonista e che, a causa di scelte sbagliate, si è ridotto in condizioni tali da far svanire ogni singola speranza di sopravvivere. Questo film invece mette in scena gli sforzi di coloro che vivono la dipendenza in seconda persona e che, come i giovani protagonisti di Stay Awake, faticano a vivere una normale vita da adolescenti per poter dedicare le proprie attenzioni alla madre. Il regista cerca di restituire l’umanità alla figura dei tossicodipendenti che normalmente, decontestualizzati dalle realtà che li circondano e che li hanno portarti a vivere nella condizione in cui sono, vengono demonizzati e rappresentati come alienati. La dipendenza, invece, così rappresentata da Sisley, assume a tutti gli effetti la dimensione di una malattia, pertanto, la madre Michelle per poterla superare, necessita di cure e affetto.

Da quando ho visto questo film un po’ di domande affollano la mia mente. Ha senso ritenere i tossicodipendenti responsabili della propria condizione? Stiamo facendo abbastanza per aiutarli? Quale potrebbe essere il modo migliore per evitare di farli sentire i denigrati dalla società?

Ecco, Giffoni, avendoci dato la possibilità di scoprire prospettive diverse di realtà a cui siamo abituati a guardare unilateralmente, ha posto in noi il seme del dubbio nella speranza di farci pensare fuori dagli schemi e senza pregiudizi. D’altronde come ribadisce Robin Williams nel film L’attimo fuggente Bisogna guardarsi attorno per non affogare nella pigrizia mentale perché guardando le cose da angolazioni diverse, il mondo appare diverso.

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