Ultraviolence

Ultraviolence

Nascita e moltiplicazione del male multimediale

« Anche se compiuto, il male conserva quel suo carattere d’irrealtà; di qui forse la semplicità dell’azione criminale: tutto è semplice nel sogno »

L’aggressività dell’uomo è un costitutivo della sua essenza. La psicologia evolutiva ha saputo spiegare la sua esistenza riferendosi alla soddisfazione di bisogni primari, incoronando successivamente le sue ricerche sull’origine della violenza umana con l’esperimento icastico da cui si conia L’effetto Lucifero.

Era chiaro che l’uomo preistorico, nello stato di natura in balia della ferocia naturale stessa, doveva sapersi difendere o usare la propria potenza per distruggere l’altro. Ma l’esperimento di Zimbardo, volto a sostenere l’impareggiabile insorgenza di violenza nelle coscienze di chi si sente legittimato a compiere il male, a mio avviso esplicitava parzialmente l’essenza e le implicazioni della violenza.

Mi torna in mente una frase celebre di un certo radiologo statunitense di nome Boyd Eaton, e di come fosse chiaro che noi uomini non siamo che « abitanti dell’età della pietra nella corsia di sorpasso ». La vita e il tempo “esterno”, espressa e potenziata con la tecnologia, è più veloce rispetto all’evoluzione che la psiche nella sua dimensione interiore ha condotto, ma quest’ultima può essere rivelata anche grazie ad altri apporti della tecnologia stessa, come l’uso dei social.

In questi anni ho trovato per caso un filo, che tra molti spiccava ai miei occhi per il suo rosso scarlatto e mi permetteva di percorrere la storia dell’uomo da un punto di vista spesso sottaciuto. Non serve citare Freud, che tra i primi nello studio di quella coltre di fumo e caligine che si chiama coscienza, notò nella spinta pulsionale che denominò Thànatos un motore nella vita degli uomini. Ma se lo prendessi come punto di partenza per andare a ritroso nella storia, ricordando come Freud sia grande debitore di quella filosofia pessimistica di Schopenhauer, noterei subito come secoli addietro Hobbes costruiva un’antropologia basata sull’egoismo e la malvagità degli uomini contro gli uomini. Ma l’uomo come lupo verso i suoi simili era una locuzione latina sorta secoli prima ancora, con Plauto ne l‘Asinara « lupus est homo homini ».

La conoscenza del male intrinseco all’uomo sa spingersi ancora più lontano, fino alla Grecia di Platone, che ne La Repubblica fa dire a Glaucone quanto sia « bene commettere ingiustizia e subirla un male ».

Insomma sembra profilarsi una visione dell’uomo che nella sua storia ha saputo essere parallela a tutti i valori positivamente millantati. Un lato acerbo sembra nascere con lui, le cui funzioni in un dominio antico avevano un senso per la sopravvivenza. Ma pare pressoché ingenuo relegare certi atteggiamenti alle sfere del passato, maturando una visione unicamente positiva dell’uomo: la sua crudeltà persiste, in forme che già conosciamo perché visibili nella quotidianità, in altre ancora, meno note alla visione dei molti.

Sosterrò successivamente che come la tecnologia ha saputo amplificare e moltiplicare le potenzialità umane, simmetricamente altre se ne sono ridotte, come l’empatia, generando una violenza che trova il suo apice solo tramite uno schermo digitale.

Avvento del digital

Anche Simone Weil, ne L’ombra e la grazia, ha saputo cristallizzare la banalità del male e della violenza, in poche frasi:

« Il male, come lo si concepisce quando non lo si fa, esiste? Il male che si fa non sembra forse qualcosa di semplice, di naturale, che si impone? Il male non è analogo alla illusione? L’illusione, quando se ne è vittima, non è sentita come una illusione, ma come una realtà. Così, forse, il male. Il male, quando vi si è, non è sentito come male, ma come necessità o, persino, come dovere »

Un caro amico mi citò un libro di Sartori intitolato Homo videns. Sartori non è che uno dei tanti studiosi che si è occupato di descrivere come l’utilizzo spasmodico degli schermi a cristalli liquidi abbia segnato una frattura tra l’uomo d’ora e quello di un tempo. C’è un ampio consenso nel sostenere che la capacità simbolica dell’uomo sia retaggio del passato, ovvero non siamo più in grado di produrre e leggere i simboli. Sartori parlava della televisione, io dei social, ma credo che valga lo stesso la sua critica circa l’impoverimento del capire: ora più di prima siamo umani ad una dimensione, poiché se prima l’intelletto passava dalla immagine al pensiero tramite l’astrazione in concetti, gli schermi ora ci riportano all’immagine intera, depotenziando le menti che mano a mano si disabituano a ragionare e a capire. Le informazioni che abbiamo, le recepiamo vedendo, non ragionando e sussumendo sotto idee un ampio range d’informazioni, ma si presentano lì nella loro concretezza. E, impoveriti della capacità di capire senza il sussidio dell’immagine, diventa per me interessante soffermarmi e chiedermi che cosa accade tanto sul web quanto sui social, quando quei lucchetti digitali che censurano certe immagini e video di violenza non funzionano. Per cui la violenza sul digitale mi piace definirla Ultraviolenza, termine che rubo al noto romanzo di Anthony Burges, in A Clockwork Orange, perché trovo analogie tra un scena ben specifica, facendo riferimento al film di Kubrick da cui è tratto, ovvero quella di Alex bloccato davanti al grande schermo con gli occhi obbligati a prendere visione di scene dalla violenza più cruenta. Nel film il trattamento in questione in cui era sottoposto Alex era finalizzato a destarlo dal commettere azioni simili a quelle che vedeva su schermo, ma nella realtà accade davvero così? Vedere immagini di guerra, morti, suicidi e torture suscita in noi davvero il rigetto?

Se pensiamo a ciò che accade davanti alle immagini e video digitali di violenza estrema, noto una trasposizione diversa del principio della catarsi aristotelica. Aristotele, pensando al teatro e alle trame delle opere tragiche, asseriva che « mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare l’animo da siffatte passioni ». Certo, il teatro e lo schermo digitale sanno spartirsi caratteristiche simili pressoché misere ed irrisorie, eppure resta simile la loro funzione. Ambedue sanno mettere in scena e dare in pasto agli occhi un qualcosa, e anche il motivo per cui l’uomo ne usufruisce è lo stesso sia per quanto riguarda il teatro ( ancora oggi ) e i social media: essi sono lo strumento cardine per conoscere la realtà. Il teatro portava storie la cui attenzione doveva prestarsi per ore rispetto ai contenuti reperibili ora sul web, ed era imprescindibile la consecutio nelle storie che si narravano. Sartori stesso denuncia che con il mondo virtuale si scarta il valore del decorso causale tra gli eventi, e di come i contenuti si liberano del rapporto di determinazione logico-lineare dando più spazio alla creatività. Spezzare in questo modo la logicità dello strumento ad oggi più utilizzato ci rende fruitori e autori di contenuti più liberi, ma dagli zampilli schizofrenici. Inoltre, il fenomeno della visione digital cambia quantitativamente e qualitativamente rispetto al teatro. Cambia a livello quantitativo perché una singola scena può essere replicata all’infinito e infinitamente condivisa, ma l’esperienza della stessa cambia a livello qualitativo in quanto la teoria aristotelica sembra acquietare l’animo non solo da passioni negative, ma anche da virtù dell’anima quali l’empatia. Allora l’immedesimazione e l’identificazione stessa che Aristotele già reputava essenziale nel processo della visione vengono a mancare.

Posso rendere più chiaro ciò che andrò dicendo con un esempio: la stessa canzone sentita a casa sulla poltrona della nonna tramite Spotify appositamente craccato non avrà lo stesso effetto sull’anima che in un concerto live sul ciglio del tramonto assieme ad altri seguaci dell’artista. Cambia “l’effetto che fa”, e se ritorniamo al tema principale possiamo cominciare a tirare le somme della riflessione. Se guardiamo alla violenza sui social, sappiamo che essa può essere aumentata, moltiplicata a livello di quantità, ma diminuisce la risposta che l’anima pronuncia di fronte alla violenza.

Ma non si ferma qui il discorso: l’aggressività umana sembra essere incentivata dalla presenza e dalla disponibilità ad usufruire dei social da parte degli esseri umani, soprattutto i più giovani. Siamo nel tempo del Postpensiero, dove fanno sempre più fatica ad attecchire proposte di una nuova educazione digitale. Accade allora che giovani e adulti in quantità esponenziale vedano ( o producano ) su schermo senza crucci sul viso il riproporsi di un leitmotiv di violenza squisitamente umano.

« Lo schermo televisivo è la retina dell’occhio della mente. Così, l’amo schermo e parte della struttura fisica del cervello. Allora, qualsiasi cosa appaia nello schermo emerge come una cruda esperienza per quelli che la guardano. Cosicché la televisione è la realtà, e la realtà è meno che la televisione »

tratto dal film Videodrome.

Un po’ da tutto il mondo, sebbene si cerchi invano di nascondere questi contenuti, sono presenti e vengono denominati su internet “pornografia del dolore”:

Filmati e postati sui social, ragazzi che rapiscono giovani donne per spogliarle e stuprarle a turno, dove l’audio permette di sentire agli spettatori oltre alle immagini delle percosse e delle violenze le grida di terrore di chi teme per la propria vita. Esecuzioni su piazza: spesso ladri o stupratori, cui vengono tagliate le dita una per volta; o vengono legati come si fa con gli animali ad un tronco sul fuoco in modo da fargli sciogliere la pelle; alcuni vengono percossi fino alla semi coscienza e fatti mangiare vivi partendo dai genitali dai cani; o inseguiti e abbattuti a forza di lapidazioni; taglio della gola e appesi come animali. Oltre alla pedopornografia, neonati che vengono uccisi o buttati nei rifiuti, o mangiati. Altri umiliati o ripresi direttamente proprio nel farsi del male, infilarsi lame acuminate nelle mani per sfida, prove di forza o coraggio fatali. Mi incusiosiva però come certe scene siano diventate trend sui social. Riporto un esempio, che partì dalla emulazione di una ragazza russa: ragazzi seduti sul terrazzo dell’ultimo piano che aspettando il ritornello della stessa canzone, e consumando l’ultima sigaretta della loro vita, si lanciano a tempo di musica di sotto, in strada. Alcuni “memavano” emulando solo il gesto, altri si tolsero la vita sul serio. Ma oltre a questo esempio, diventa lampante come diventi essenziale l’utilizzo di social per condividere la violenza, prendendo in esame gli innumerevoli esempi presenti in tutto il mondo di giovani che si riprendono in solitudine mentre si fucilano o s’impiccano.

Una violenza nichilista

Non posso fare a meno di ripensare ad Aristotele e alla catarsi, che possedeva la « capacità di ristabilire un equilibrio psichico e morale » addirittura paragonando il teatro al valore dei rituali religiosi e propiziatori. Ma non mi sembra azzardato mettere in auge l’elemento del rito. Basta sottolineare che il 900 è secolo sì della nascita del tecnologismo contemporaneo, ma è anche il momento dove la cesura col passato diventa totale. Nietzsche, come la dinamite, spazza via secoli di cultura e tradizioni inaugurando nuove frontiere di pensiero scevre dalla metafisica finora conosciuta. Significa, detto grossolanamente, abdicare all’idea di una unica verità solida, esistente ed tangibile, incarnata dalla figura di Dio, inaugurando una esplosione frantumata di più pensieri ( deboli ) che spiegano da sé le proprie verità ( e non la verità ) sul mondo. Qui, il concetto di violenza come essenza della natura e dell’uomo in quanto elemento partecipe ed interno alla natura, fu anche una parola chiave non solo del pensiero nietzschiano ma anche del secolo stesso.

Scrive Bataille:

« Grazie alla sua attività, l’uomo ha edificato l’universo razionale, ma sussiste pur sempre in lui un fondo di violenza. La natura stessa è violenta e, per ragionevoli che noi si divenga, possiamo sempre cadere preda di una violenza che non è la violenza naturale, ma la violenza di un essere che ragiona »

Non a caso in un secolo dove scoppiarono le due grandi guerre innumerevoli autori scrivevano in merito a tematiche che ruotavano attorno al perno della ferocia umana. Lo scenario dove tutt’ora camminiamo è quello di un mondo dove le innumerevoli verità, non formando la Verità, valgono relativamente, fino ad estinguersi l’un l’altra e lasciandosi dietro solamente vuoti di senso. Bataille è un filosofo del secolo precedente che sottolineava lo spreco delle energie, delle risorse, e della vita, la dèpense, come il risultato della negazione delle antiche certezze non più consolidate. L’uomo si consegna all’orizzonte di insensatezza dove ciò che è utile non argina un senso sufficiente per non scartarsi. Così ci si immola, tramite il digitale che amplifica la visione, come martiri che si avvalgono del loro sacrificio per veicolare messaggi. Che cosa vuole comunicare chi produce contenuti violenti? A parer mio, la non arresa alla ricerca di senso, tramite quei simboli di furia identici ai rituali religiosi di un tempo. Mi servo di un altro passo tratto da un elaborato di un professore di filosofia di Verona, Carlo Chiurco, Libertà e Giustizia in George Bataille, per avviarmi alla conclusione:

« L’uomo ha dentro di sé, poiché è natura, sia la tendenza alla crescita, da cui sorge l’individuo, sia quella all’autotoglimento nel tutto, attraverso l’eros e la morte. Riconoscere questo con la massima lucidità di pensiero, aggirando sia i tabù sia ciò che è impensato, orienta l’uomo sulla giusta strada verso la liberazione. Ora, quest’ultima non potrà che assecondare le tendenze disgregatrici, in quanto messaggere del ritorno alla totalità organica dalla quale proveniamo e che, insieme, noi stessi ‘siamo’. Ci sarà quindi uno sforzo autocosciente in direzione del massimo dispendio di energie, della massima dépense possibile: giacché più grande sarà lo spreco, più si sarà assecondata la tendenza fondamentale dell’esistenza, la legge generale della natura. »

In somma sostanza, mi pare che questo discorso, traslato a quello della violenza sul digitale, mostra quest’ultimo come amplificatore di quell’imminente instaurarsi del regno del caos. La lettura di questa epoca nichilista, che per Bataille risiede nello spreco delle energie, arriva a toccare la vetta di una disgregazione massimamente violenta. Riprendendo il tema della spettacolarizzazione, che i social come l’antico teatro offrono, non posso fare a meno di pensare come il valore della catarsi è quello di rendere fruibile globalmente l’esperienza della distruzione endogena umana. Tralasciando il discorso sulle censure e le diverse policy che vigono sull’uso dei media, anche tra differenti nazioni, il ragazzo che mette in scena la sua morte tramite la canna del fucile in bocca, riprendendosi dallo smartphone, assomiglia a quei riti sacrificali che si facevano in passato. Essi commemorano tramite la potenziale condivisione infinita l’esperienza del sacrificio, e accenno che questo aveva tra i vari auspici la funzione di ricollegare l’uomo all’esperienza di un qualcosa di “eterno”, “autentico” in un mondo dai valori pressoché nulli, tramite il corpo dell’altro. In questo senso noto una valenza rituale in certi atteggiamenti, in certi usi del mezzo digitale nel mettere in scena la violenza verso se stessa o gli altri, e questi come dei martiri o delle vittime sacrificali, moltiplicano esponenzialmente l’esperienza della disgregazione nella ricerca di una dimensione autentica. Questa è l’ultraviolenza che cerca di scansare la violenza, le loro azioni sono simili al valore del sacrificio, che nelle culture aveva la funzione di allontanare il male facendo il male stesso, e diventa lampante quando il mezzo, diventa l’incentivo per la violenza.

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